lunedì 4 aprile 2011

Le armi non ammesse nella guerra del latte


Ancora una volta la politica italiana si interessa di cose di che non la dovrebbero riguardare.

Il caso questa volta è la battaglia italo francese per il controllo di Parmalat tra Lactalìs e la fantomatica cordata italiana.

Importanti ministri del governo, e purtroppo anche la Marcegaglia, si sono spesi nei giorni scorsi a difesa del latte italiano. Le imprese italiane, si è detto, non possono più essere sempre prede di quelle straniere.

In linea di principio l’asserzione sarebbe anche giusta. E’ vero che dopo Bulgari, perdere anche l’impresa di Collecchio sarebbe un duro colpo.

La realtà è, però, che le soluzioni proposte dal ministro Tremonti sono assolutamente inadeguate.
Le imprese italiane soffrono, rispetto alle straniere e alle francesi, perché sono meno competitive. Perché meno competitivo è il sistema Italia.
Il ruolo della politica dovrebbe essere difendere i settori strategici dall’avanzata straniera. Dovrebbe farlo però rendendo il sistema paese maggiormente competitivo e non varando norme “ad hoc”.

Il caso Parmalat è ancora una volta emblematico della miopia della politica italiana, incentrata solo e soltanto a difendere gli interessi di banchieri e imprenditori vicini al potere. Interessandosi solo delle contingenze e senza alcuna visione di lungo periodo.
La vicenda Lactalis ci è stata infatti propinata come lo straniero che arriva in Italia, compra Parmalat, e incomincia a fare il latte in Cina. E’ una bufala, e anche grossa.

Come ci ha recentemente insegnato il caso FIAT, la proprietà italiana non garantisce in alcun modo gli investimenti in Italia.
Un management responsabile, con proprietà sia italiana o francese, dovrebbe investire in Italia solo se lo reputa effettivamente vantaggioso per la società.

Inoltre, mi chiedo, può essere considerato “il latte” un settore strategico? Settori strategici sono la difesa, al massimo la comunicazione. In quale altro paese sviluppato la mungitura delle mucche è considerata un attività strategica? Non a caso, infatti, la tanto citata norma francese anti scalate, tutela campi ben diversi. In particolare: la difesa, la ricerca contro la diffusione di agenti patogeni e il gioco d’azzardo. Non parla di produzione di formaggi e budini.

Senza considerare che l’unica ragione, che il governo è stato in grado di dare, per approvare la suddetta norma è stata: l’hanno fatto anche i francesi.
Secondo il governo, la presenza di una norma simile in Francia giustifica di diritto la bontà della norma stessa. Semplicemente assurdo. Nessuno è stato in grado di spiegarci che cosa cambierebbe alla maggior parte dei cittadini se Parmalat diventasse francese. Per ora, grazie alla parcellizzazione della filiera, paghiamo il latte il 20-30% di più dei cuginetti d’Oltralpe. Nient’altro.

Come se non bastasse si autorizza la CdP (cassa depositi e prestiti) ha operare in maniera del tutto discrezionale, ostacolando l’entrata di capitali esteri. Da adesso, oltre alle barriere fiscali, burocratiche e infrastrutturali si erge anche la barriera della strategicità. D’ora in poi, ogni straniero che volesse investire in Italia dovrà preventivamente chiedere il permesso, sperando che il settore a cui è interessato non sia considerato strategico.

Se poi vogliamo analizzare la situazione con oggettività i dati parlano chiaro: l’Italia non è preda né delle imprese francesi, né delle imprese di nessun altro stato. La quota di aziende a controllo estero, infatti, è al 4,1% contro il 10,3% francese e il 12,2% del Regno Unito. Ancora una volta questi dati confermano che l’Italia ha meno capacità di attirare capitali esteri.

Come tante altre volte le questioni serie e realmente importanti per il sistema paese vengono posticipate a data da destinarsi a scapito di interventi assolutamente di parte.
Se si vuole che le imprese italiane performino meglio delle rivali francesi bisognerebbe varare le tanto attese riforme strutturali: scuola superiore (istituti tecnici), università, mercato del lavoro, pensioni e fisco.

Invece, con queste facili scappatoie l’Italia non andrà proprio da nessuna parte.

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