Proprio quando la crisi sembra definitivamente superata, quando la temuta recessione mondiale finalmente alle spalle, ecco che la crisi colpisce di colpo di coda, come la più classica delle perturbazioni atmosferiche.
C’è da dire che speculatori senza scrupoli e avidi manager di banche sull’orlo del fallimento c’entrano poco questa volta c’entrano poco.
Per la Grecia infatti la crisi finanziaria mondiale è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso già pieno di troppa acqua.
Quest’acqua si chiama debito pubblico, il vaso si chiama PIL e le gocce si chiamano deficit.
Ogni paese ha il suo vaso e la sua acqua, in teoria acqua e vaso dovrebbero essere proporzionati, nella realtà dei fatti non è sempre così.
Il debito pubblico infatti non è sempre e per forza una male.
Il debito pubblico non è altro che il debito che un paese vanta nei confronti di chi sottoscrive titoli pubblici. In pratica ognuno di noi può acquistare un titolo pubblico e in questo modo “prestare” soldi allo stato.
Chiedere soldi in prestito non è sempre un male, se chiedeste infatti a vostro padre di indebitarsi per pagarvi una prestigiosa università (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale) o per pagarvi una prestigiosa festa di compleanno le risposte che ricevereste potrebbero essere ben diverse.
Non è importante quanto ci si indebita, (fino ad un certo punto!) l’importante è cosa ci si fa con i soldi che si chiede in prestito e sopratutto riuscire a ripagare il debito.
In questi mesi la Grecia rischia di non riuscire a ripagare il suo.
In realtà quando i paesi si trovano in situazioni simili ne escono lasciando svalutare la propria moneta. E’ vero che i valore della moneta si abbassa, che i soldi diventano cartastraccia ma anche il valore del debito si riduce talmente tanto da diventare irrisorio.
La Grecia però non può farlo. Per far si che ciò accada è necessario stampare moneta cosa che la Grecia, come ogni altro stato dell’UE non può più fare. L’unica entità che stampa moneta in UE è la BCE.
Naturalmente questa misura è assolutamente drastica, qualunque governo con un minimo di buon senso fa di tutto per evitarla, essa infatti genera una inflazione stratosferica con conseguenti tensioni sociali e drammi economici.
La BCE non ha alcuna intenzione di creare inflazione per salvare la Grecia.
E Allora?
E allora le alternative sono due:
1) Far uscire dall’euro la Grecia, farla tornare alla dracma e lasciare che essa si svaluti
2) Prestare altri soldi alla Grecia per permetterle di onorare il suo debito
La prima ipotesi per quanto paventata e per quanto usata come spauracchio è assolutamente teorica. Una cosa del genere creerebbe nella migliore delle ipotesi un panico assolutamente incontrollato nei mercati. Nessuno in Europa crede quindi davvero a questa ipotesi.
La seconda alternativa è invece quella che si sta percorrendo.
Né l’UE né il FMI prestano però i propri soldi senza garanzie.
Quello che chiede la UE è maggior rigore, in pratica tagliare la spesa pubblica (scuola, sanità, pubblica amministrazione, politica, trasporti, etc.).
L’unica condizione alla quale la UE presterà soldi alla Grecia è la promessa che nei prossimi anni essa si comporterà in maniera diversa dal passato, spenderà meno.
La Grecia infatti è entrata nell’UE come il paese più povero, bisognoso di sostegno per raggiungere lo status degli altri membri.
Gli aiuti sono arrivati, copiosi e abbondanti. La Grecia però come la peggiore delle cicale, non destinò i soldi agli investimenti, necessari per l’ammodernamento del paese, ma li sperperò nel consumo.
Dai vertici politici agli umili contadini, tutti mangiarono e bevvero a spese della Comunità Europea.
Nel giro di vent’anni il benessere raggiunse ogni strato della popolazione, si diffuse uno stile di consumo e di vita in tutto simile a quello dell’Europa continentale.
Per sostenere il nuovo status sociale il debito pubblico cresceva e cresceva.
In Grecia la pratica della corruzione è molto comune, consegnare bustarelle al chirurgo, all’infermiere e all’anestesista è pratica assolutamente normale se si è appena subito un intervento.
Come normale è stato per qualsiasi politico greco promettere posti di lavoro in cambio di voti.
Le promesse vennero rispettate ed oggi la Grecia si trova con posti pubblici creati dal nulla. Il numero degli impiegati pubblici ha raggiunto una cifra enorme, con la presenza di in media tre/quattro lavoratori dove ne basterebbe uno solo.
La crisi greca quindi non nasce dal nulla, ma da vent’anni di corruzione e di sperpero del denaro pubblico. E’ quindi assolutamente legittima e motivata l’attenzione da parte dell’UE per la spesa pubblica greca.
In Europa poi esistono idee differenti, Italia, Spagna e Portogallo sono per gli aiuti subito, quasi a qualsiasi condizione, per Spagna e Portogallo infatti il rischio di finire come la Grecia non è concreto ma almeno paventabile, aiutare la Grecia significherebbe creare il precedente per il quale anche gli altri paesi potrebbero chiedere aiuti europei. E’ proprio questo ciò di cui a paura la Germania. La Merkel infatti sa che aiutare la Grecia oggi significa poter dover aiutare qualcun altro domani. Salvare la Grecia oggi significa mandare il messaggio a chi viaggia in cattive acque che può non preoccuparsi, perché tanto al momento debito arriva l’Europa a saldare il conto.
Per Italia la situazione è abbastanza differente.
L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, a fronte di un PIL che non è certo tra i primi tre.
Ciononostante la situazione non è critica. Le principale agenzie di rating mondiale infatti non hanno declassato i titoli di stato italiano che restano assolutamente nell’area alta degli investment grade.
Ciò nasce dal fatto che in un certo senso siamo abituati a questa situazione. Il 31 di marzo infatti Moody’s ha dichiarato che le condizioni italiane non preoccupano in quanto l’Italia può contare su “precedenti storici”. Insomma, siccome l’Italia ha sempre avuto un debito alto è assolutamente in grado di gestirlo.
Per maggiori info:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/moody-s-rating-italia-analisi.shtml