lunedì 22 marzo 2010

Meritocrazia non fa rima con individualismo

Sempre più in Italia si sente parlare dell’esigenza di meritocrazia.
Chiunque, dai politici agli imprenditori, passando addirittura in alcuni casi per i sindacalisti, hanno più volte manifestato la necessità di introdurre più meritocrazia nel sistema Italia. In qualsiasi settore e in qualsiasi ambito la meritocrazia sembra essere il rimedio per qualsiasi male.

E’ sicuramente il settore pubblico quello che più di ogni altro necessita tale panacea.
Nel privato infatti la meritocrazia passa attraverso il mercato (o almeno dovrebbe), l’impresa migliore vince la sfida competitiva e l’impresa che non tiene il passo soccombe.
Nel pubblico non è così. Gli atenei universitari, gli ospedali, i tribunali o le scuole non sono in competizione fra loro. Se una scuola o un università fornisce un servizio scadente o addirittura pessimo non chiude, non fallisce, non sparisce.

Meritocrazia vuol dire premiare il migliore.

Noi italiani se ci dicono che il migliore verrà premiato pensiamo subito che tutti gli altri rimarranno a bocca asciutta.
Quello che però non pensiamo mai è che senza meritocrazia si premia anche chi non se lo merita.

Prendiamo il caso degli atenei universitari.
Fino all’anno scorso (2008) gli atenei universitari ricevevano tanti fondi quanti più o meno ne avevano spesi l’anno precedente. Non ci vuole un laureato in economia per capire che un metodo del genere non faceva altro che premiare chi aveva speso di più e incentivava all’aumento della spesa.
Il 24 luglio 2009 il Governo ha votato un pacchetto che prevede che il 7% del FFO (Fondo di finanziamento ordinario, il fondo con cui gli atenei finanziano la maggior parte delle spese) verrà attribuito secondo criteri meritocratici.
Ogni ateneo praticamente nel 2009 ha ricevuto ciò che ha speso nel 2008 meno un 7%. Tale 7% è andato a costituire un fondo, di 525 milioni circa, da spartire tra gli atenei, su appunto criteri meritocratici.

In molti hanno storto il naso a questa notizia. Il solito assistenzialismo all’italiana vuole infatti che tutti ricevano in egual parti.
Se un ateneo ha fatto meglio di un altro, ha prodotto più brevetti, i suoi ricercatori hanno partecipato a progetti d’eccellenza, i suoi studenti non si disperdono e riescono a terminare gli studi nel tempo previsto, non importa.
Se un ateneo è pervaso di baronie, di legami di parentela, di corsi inutili, cattedre finte, aule stracolme, professori assenteisti, non importa.
Entrambi hanno diritto allo stesso trattamento.
Io credo non sia giusto.
Io sono per la meritocrazia, in particolare nel sistema universitario.

La critica che invece può essere rivolta al ministro Gelmini è il metodo usato per scegliere gli atenei più meritevoli.
La Sapienza per esempio per poter mantenere in equilibrio il proprio FFO rispetto al 2008 dovrebbe conseguire risultati in didattica e ricerca sei volte e mezzo più alti della media degli Atenei…Buona fortuna.
Senza entrare nello specifico gli atenei più piccoli sono fortemente avvantaggiati rispetto ai più grandi.

Questo per dire che la meritocrazia comporta la necessità della valutazione; la valutazione comporta la scelta di criteri sulla quale basarla, non sempre è facile scegliere questi criteri.

Il provvedimento della Gelmini ha prodotto quindi due tipi di proteste, quelle di coloro che si sono scagliati contro la meritocrazia in generale e quelli che hanno criticato i criteri di valutazione.
Se il secondo tipo di critiche non può che essere ben accetto e costruttivo, il primo lo ritengo intollerabile.

Non so dirvi se i criteri scelti dal governo siano giusti o sbagliati, forse ce ne sarebbero stati di più equi e più giusti. Quello che è certo è che qualsiasi criterio avrà i suoi limiti e le sue pecche, ciò che deve essere chiaro è che è meglio un criterio sbagliato (nei limiti del buon senso) che l’assenza totale di criteri.

La meritocrazia non è una scelta. La produttività italiana è una delle più basse dell’OCSE, siamo il paese che in Europa spende di più per l’istruzione e contemporaneamente abbiamo il sistema più scadente.
L’unico modo che avremo in futuro per farci trattare da pari da paesi come la Cina e l’India sarà possedere competenze e conoscenze difficili da imitare.

Meritocrazia non fa quindi rima con individualismo, la meritocrazia premia il singolo che fa bene e spinge gli altri a fare meglio, la meritocrazia avvantaggia la collettività.
Senza meritocrazia invece vince il parentalismo e le raccomandazioni. Non stupiamoci se senza meritocrazia i migliori scappano all’estero!

Per saperne di più:

http://flcgilsienaunirsu.wordpress.com/2009/07/27/universita-degli-studilerogazione-dei-finanziamenti-del-7-del-ffo-sospesa/

http://periodicoitaliano.info/2009/11/30/gelmini-no-allassistenzialismo-fondi-agli-atenei-virtuosi/

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