«Io, manager tradita dall' azienda Dopo il parto costretta a licenziarmi»
Stefania Boleso, 39 anni, laurea in Bocconi e dieci anni da responsabile marketing.
«Buongiorno Stefania. Scusa mah... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell' attimo - racconta adesso Stefania Boleso -. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, poi l' ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire.
Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l' area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l'azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l' anima. Invece l' azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».
«Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell' azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing.».
Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l' esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata - risponde la manager -. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c' è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».
Querze' Rita
Questo è parte di un articolo apparso online sul “corriere della sera” del 22/02/2010.
La storia di Stefania mi ha suscitato una riflessione che non sono riuscito a non condividere.
Qualcuno potrebbe dire che questa storia non ha nulla di speciale, nulla di eccezionale, che storie
simili accadono ogni giorno nel nostro paese e in tutto il resto del mondo.
Qualcuno potrebbe addirittura sostenere che l’“allontanamento” del manager sia stato fatto in totale accordo con “la normativa vigente”, Stefania non è stata licenziata, gli è stato semplicemente affidato un nuovo incarico.
Qualcuno potrebbe prendere le difese della azienda, in fondo il fine di un’impresa è creare profitto, una neomamma manager costa molto e probabilmente non saprà dedicare al lavoro lo stesso impegno che vi dedicava prima del parto.
Non voglio soffermarmi troppo sulla storia di Stefania, la voglio solo usare come “scusa” come punto di partenza di una riflessione che ho maturato in questi giorni e che, forse superbamente, ritenevo interessante condividere con voi.
Se posso trovarmi d’accordo con le idee sia del primo, che del secondo “qualcuno”, il terzo ha sicuramente torto.
Mi spiace far crollare antiche certezze ma il fine di un’impresa non è creare profitto.
Il profitto è necessario per un’impresa, è indispensabile per garantirne la sopravvivenza. Il suo fine però non è questo.
Dire che il fine dell’impresa sia il profitto è come dire che il fine dell’uomo sia il bere e il mangiare. Mangiare e bere sono necessari e indispensabili per garantire la sopravvivenza di un uomo ma il fine o lo scopo della vita è qualcosa di diverso. Il fine dell’impresa è semplicemente creare valore.
Creare valore è infatti ben diverso da creare profitto. Il profitto è solo un’accezione del valore, il profitto non è altro che il valore per gli azionisti, o per l’imprenditore proprietario dell’impresa.
Le sorti di un’impresa sono però legate anche ad un’altra serie di soggetti che in economia vengono chiamati stakeholder, essi sono il complesso di persone, fisiche e giuridiche che hanno in qualche modo a che fare con l’impresa.
Tra i più chiari e i più importanti vi sono: i clienti, i lavoratori, i creditori, i cittadini in generale e la pubblica amministrazione.
I profitti che spettano agli azionisti, o all’imprenditore, sono giustificati solo in quanto l’impresa produce valore per almeno una di queste categorie.
L’impresa deve necessariamente avere uno scopo più vasto rispetto al solo arricchimento della compagine proprietaria.
Creare valore significa creare qualcosa, significa proporre una soluzione ad un problema, significa proporre un prodotto, proporre un servizio o anche un investimento che migliora, anche solo di pochissimo, la vita di qualche stakeholder.
Nel caso di Stefania l’impresa ha distrutto valore, ha distrutto il valore di una famiglia e il valore di una nuova vita solo perché non a vantaggio dei propri azionisti, non era profitto ma valore per un proprio dipendente.
Le mie parole possono sembrare fuori dal tempo, assolutamente slegate dalla realtà, sono perfettamente consapevole che pochi imprenditori, pochi manager e pochi capitani d’industria possano condividerle.
Eppure non sono anacronistiche, la crisi che lentamente e con difficoltà stiamo superando, è stata generata proprio da un modo antitetico a questo di concepire l’impresa.
Chi ha posto l’accento solo e soltanto sulla creazione di profitti, in particolare di brevissimo termine ha visto la propria ricchezza dematerializzarsi in poche settimane.
Come è a tutti noto non si è fatto altro che distruggere valore.
Se non anacronistiche le mie parole possono sembrare utopiche, difficilmente applicabili alla realtà economica, sembra impossibile che le regole del mercato possano tener da conto il valore generato dalla nascita di un figlio, su questo non posso darvi torto. Eppure è necessario trovare un modo per implementare una nuova cultura aziendale e nuove regole, nuovi incentivi perché le aziende perseguano comportamenti virtuosi. Se non si accetta questa sfida, la crisi non passerà, vivremo il sogno di essercela lasciata alle spalle, avremo curato i sintomi ma non la malattia e passato l’effetto dei farmaci i sintomi torneranno più forti e sconvolgenti di prima.
Inoltre se io fossi un azionista di Red Bull non condividerei la scelta presa nei confronti della Boleso.
Se un manager è dieci anni che lavora all’interno della mia impresa, ed è arrivata a essere il responsabile del marketing deduco che abbia sviluppato delle competenze, della capacità e una conoscenza del business che le dovrebbero permettere di raggiungere risultati che difficilmente potrebbe raggiungere chiunque altro.
Inoltre tale decisione avrà avuto delle conseguenze anche sui colleghi di Stefania, i quali visto cosa è successo alla loro collega avranno sicuramente riconsiderato il clima aziendale e la considerazione che il top management ha nei propri confronti.
E’ noto che dipendenti soddisfatti sono più produttivi e l’impresa gode di maggior appropriabilità sul valore da essi generato.
In sintesi, se chi lavora per me è felice di farlo, lavorerà meglio e non servirà uno stipendio da capogiro per trattenerlo all’interno della mia impresa.
Basta guardare Google, simbolo di questa filosofia aziendale, ottimi risultati economici e miglior posto dove lavorare secondo “Great Place to Work”.
Insomma anche dal profilo prettamente contabile la strategia del superiore di Stefania se non totalmente errata risulta quantomeno criticabile.
Che dirti Luca? Credo tu abbia colto nel segno, attraverso una storia effettivamente comune, il problema del Profitto che ha mutato a mio avviso la concezione di azienda, diciamo dagli anni 80 a questa parte. In questa storia ho rivissuto quella di mio padre, di mia madre, di molti loro colleghi, sia dipendenti che manager.
RispondiEliminaAnni fa ero più anarchico nella mia analisi del sistema economico che permea la nostra realtà. Nutrivo quasi un concetto diabolico del denaro e dell'azienda concepita appunto come moltiplicaore di denaro solo per alcuni. Nel tempo ho realizzato che anche l'Italia come molti altri paesi, ha visto nascere, splendere e poi morire molte realtà aziendali che credevano nel concetto da te riaffermato di Valore. Ebbene, rilancio la tua riflessione aggiungendo questa uletriore riflessione, forse banale: in principio c'era l'operaio, considerato pezzo di carne della macchina di produzione, poi si è affermato l'uomo-lavoratore con i suoi diritti/doveri, ma negli ultimissimi decenni il lavoratore è stato retrocesso al concetto di merce o peggio, materiale intercambiabile. La nostra economia deve ritornare sui suoi passi almeno un pò. Non volgio essere il paladino del: si stava meglio quando si stava peggio, ma sono convinto che la società occidentale stia mostrando preoccupanti segni di decadimento morale e di raziocinio. A voi la parola