sabato 1 maggio 2010

E' arrivato l'inverno per le cicale greche

Proprio quando la crisi sembra definitivamente superata, quando la temuta recessione mondiale finalmente alle spalle, ecco che la crisi colpisce di colpo di coda, come la più classica delle perturbazioni atmosferiche.

C’è da dire che speculatori senza scrupoli e avidi manager di banche sull’orlo del fallimento c’entrano poco questa volta c’entrano poco.
Per la Grecia infatti la crisi finanziaria mondiale è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso già pieno di troppa acqua.

Quest’acqua si chiama debito pubblico, il vaso si chiama PIL e le gocce si chiamano deficit.
Ogni paese ha il suo vaso e la sua acqua, in teoria acqua e vaso dovrebbero essere proporzionati, nella realtà dei fatti non è sempre così.

Il debito pubblico infatti non è sempre e per forza una male.

Il debito pubblico non è altro che il debito che un paese vanta nei confronti di chi sottoscrive titoli pubblici. In pratica ognuno di noi può acquistare un titolo pubblico e in questo modo “prestare” soldi allo stato.

Chiedere soldi in prestito non è sempre un male, se chiedeste infatti a vostro padre di indebitarsi per pagarvi una prestigiosa università (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale) o per pagarvi una prestigiosa festa di compleanno le risposte che ricevereste potrebbero essere ben diverse.
Non è importante quanto ci si indebita, (fino ad un certo punto!) l’importante è cosa ci si fa con i soldi che si chiede in prestito e sopratutto riuscire a ripagare il debito.
In questi mesi la Grecia rischia di non riuscire a ripagare il suo.

In realtà quando i paesi si trovano in situazioni simili ne escono lasciando svalutare la propria moneta. E’ vero che i valore della moneta si abbassa, che i soldi diventano cartastraccia ma anche il valore del debito si riduce talmente tanto da diventare irrisorio.
La Grecia però non può farlo. Per far si che ciò accada è necessario stampare moneta cosa che la Grecia, come ogni altro stato dell’UE non può più fare. L’unica entità che stampa moneta in UE è la BCE.

Naturalmente questa misura è assolutamente drastica, qualunque governo con un minimo di buon senso fa di tutto per evitarla, essa infatti genera una inflazione stratosferica con conseguenti tensioni sociali e drammi economici.
La BCE non ha alcuna intenzione di creare inflazione per salvare la Grecia.

E Allora?

E allora le alternative sono due:

1) Far uscire dall’euro la Grecia, farla tornare alla dracma e lasciare che essa si svaluti
2) Prestare altri soldi alla Grecia per permetterle di onorare il suo debito

La prima
ipotesi per quanto paventata e per quanto usata come spauracchio è assolutamente teorica. Una cosa del genere creerebbe nella migliore delle ipotesi un panico assolutamente incontrollato nei mercati. Nessuno in Europa crede quindi davvero a questa ipotesi.

La seconda
alternativa è invece quella che si sta percorrendo.

Né l’UE né il FMI prestano però i propri soldi senza garanzie.
Quello che chiede la UE è maggior rigore, in pratica tagliare la spesa pubblica (scuola, sanità, pubblica amministrazione, politica, trasporti, etc.).
L’unica condizione alla quale la UE presterà soldi alla Grecia è la promessa che nei prossimi anni essa si comporterà in maniera diversa dal passato, spenderà meno.

La Grecia infatti è entrata nell’UE come il paese più povero, bisognoso di sostegno per raggiungere lo status degli altri membri.
Gli aiuti sono arrivati, copiosi e abbondanti. La Grecia però come la peggiore delle cicale, non destinò i soldi agli investimenti, necessari per l’ammodernamento del paese, ma li sperperò nel consumo.
Dai vertici politici agli umili contadini, tutti mangiarono e bevvero a spese della Comunità Europea.

Nel giro di vent’anni il benessere raggiunse ogni strato della popolazione, si diffuse uno stile di consumo e di vita in tutto simile a quello dell’Europa continentale.
Per sostenere il nuovo status sociale il debito pubblico cresceva e cresceva.
In Grecia la pratica della corruzione è molto comune, consegnare bustarelle al chirurgo, all’infermiere e all’anestesista è pratica assolutamente normale se si è appena subito un intervento.

Come normale è stato per qualsiasi politico greco promettere posti di lavoro in cambio di voti.
Le promesse vennero rispettate ed oggi la Grecia si trova con posti pubblici creati dal nulla. Il numero degli impiegati pubblici ha raggiunto una cifra enorme, con la presenza di in media tre/quattro lavoratori dove ne basterebbe uno solo.

La crisi greca quindi non nasce dal nulla
, ma da vent’anni di corruzione e di sperpero del denaro pubblico. E’ quindi assolutamente legittima e motivata l’attenzione da parte dell’UE per la spesa pubblica greca.

In Europa poi esistono idee differenti, Italia, Spagna e Portogallo sono per gli aiuti subito, quasi a qualsiasi condizione, per Spagna e Portogallo infatti il rischio di finire come la Grecia non è concreto ma almeno paventabile, aiutare la Grecia significherebbe creare il precedente per il quale anche gli altri paesi potrebbero chiedere aiuti europei. E’ proprio questo ciò di cui a paura la Germania. La Merkel infatti sa che aiutare la Grecia oggi significa poter dover aiutare qualcun altro domani. Salvare la Grecia oggi significa mandare il messaggio a chi viaggia in cattive acque che può non preoccuparsi, perché tanto al momento debito arriva l’Europa a saldare il conto.

Per Italia la situazione è abbastanza differente.

L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, a fronte di un PIL che non è certo tra i primi tre.
Ciononostante la situazione non è critica. Le principale agenzie di rating mondiale infatti non hanno declassato i titoli di stato italiano che restano assolutamente nell’area alta degli investment grade.
Ciò nasce dal fatto che in un certo senso siamo abituati a questa situazione. Il 31 di marzo infatti Moody’s ha dichiarato che le condizioni italiane non preoccupano in quanto l’Italia può contare su “precedenti storici”. Insomma, siccome l’Italia ha sempre avuto un debito alto è assolutamente in grado di gestirlo.

Per maggiori info:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/moody-s-rating-italia-analisi.shtml

lunedì 22 marzo 2010

Meritocrazia non fa rima con individualismo

Sempre più in Italia si sente parlare dell’esigenza di meritocrazia.
Chiunque, dai politici agli imprenditori, passando addirittura in alcuni casi per i sindacalisti, hanno più volte manifestato la necessità di introdurre più meritocrazia nel sistema Italia. In qualsiasi settore e in qualsiasi ambito la meritocrazia sembra essere il rimedio per qualsiasi male.

E’ sicuramente il settore pubblico quello che più di ogni altro necessita tale panacea.
Nel privato infatti la meritocrazia passa attraverso il mercato (o almeno dovrebbe), l’impresa migliore vince la sfida competitiva e l’impresa che non tiene il passo soccombe.
Nel pubblico non è così. Gli atenei universitari, gli ospedali, i tribunali o le scuole non sono in competizione fra loro. Se una scuola o un università fornisce un servizio scadente o addirittura pessimo non chiude, non fallisce, non sparisce.

Meritocrazia vuol dire premiare il migliore.

Noi italiani se ci dicono che il migliore verrà premiato pensiamo subito che tutti gli altri rimarranno a bocca asciutta.
Quello che però non pensiamo mai è che senza meritocrazia si premia anche chi non se lo merita.

Prendiamo il caso degli atenei universitari.
Fino all’anno scorso (2008) gli atenei universitari ricevevano tanti fondi quanti più o meno ne avevano spesi l’anno precedente. Non ci vuole un laureato in economia per capire che un metodo del genere non faceva altro che premiare chi aveva speso di più e incentivava all’aumento della spesa.
Il 24 luglio 2009 il Governo ha votato un pacchetto che prevede che il 7% del FFO (Fondo di finanziamento ordinario, il fondo con cui gli atenei finanziano la maggior parte delle spese) verrà attribuito secondo criteri meritocratici.
Ogni ateneo praticamente nel 2009 ha ricevuto ciò che ha speso nel 2008 meno un 7%. Tale 7% è andato a costituire un fondo, di 525 milioni circa, da spartire tra gli atenei, su appunto criteri meritocratici.

In molti hanno storto il naso a questa notizia. Il solito assistenzialismo all’italiana vuole infatti che tutti ricevano in egual parti.
Se un ateneo ha fatto meglio di un altro, ha prodotto più brevetti, i suoi ricercatori hanno partecipato a progetti d’eccellenza, i suoi studenti non si disperdono e riescono a terminare gli studi nel tempo previsto, non importa.
Se un ateneo è pervaso di baronie, di legami di parentela, di corsi inutili, cattedre finte, aule stracolme, professori assenteisti, non importa.
Entrambi hanno diritto allo stesso trattamento.
Io credo non sia giusto.
Io sono per la meritocrazia, in particolare nel sistema universitario.

La critica che invece può essere rivolta al ministro Gelmini è il metodo usato per scegliere gli atenei più meritevoli.
La Sapienza per esempio per poter mantenere in equilibrio il proprio FFO rispetto al 2008 dovrebbe conseguire risultati in didattica e ricerca sei volte e mezzo più alti della media degli Atenei…Buona fortuna.
Senza entrare nello specifico gli atenei più piccoli sono fortemente avvantaggiati rispetto ai più grandi.

Questo per dire che la meritocrazia comporta la necessità della valutazione; la valutazione comporta la scelta di criteri sulla quale basarla, non sempre è facile scegliere questi criteri.

Il provvedimento della Gelmini ha prodotto quindi due tipi di proteste, quelle di coloro che si sono scagliati contro la meritocrazia in generale e quelli che hanno criticato i criteri di valutazione.
Se il secondo tipo di critiche non può che essere ben accetto e costruttivo, il primo lo ritengo intollerabile.

Non so dirvi se i criteri scelti dal governo siano giusti o sbagliati, forse ce ne sarebbero stati di più equi e più giusti. Quello che è certo è che qualsiasi criterio avrà i suoi limiti e le sue pecche, ciò che deve essere chiaro è che è meglio un criterio sbagliato (nei limiti del buon senso) che l’assenza totale di criteri.

La meritocrazia non è una scelta. La produttività italiana è una delle più basse dell’OCSE, siamo il paese che in Europa spende di più per l’istruzione e contemporaneamente abbiamo il sistema più scadente.
L’unico modo che avremo in futuro per farci trattare da pari da paesi come la Cina e l’India sarà possedere competenze e conoscenze difficili da imitare.

Meritocrazia non fa quindi rima con individualismo, la meritocrazia premia il singolo che fa bene e spinge gli altri a fare meglio, la meritocrazia avvantaggia la collettività.
Senza meritocrazia invece vince il parentalismo e le raccomandazioni. Non stupiamoci se senza meritocrazia i migliori scappano all’estero!

Per saperne di più:

http://flcgilsienaunirsu.wordpress.com/2009/07/27/universita-degli-studilerogazione-dei-finanziamenti-del-7-del-ffo-sospesa/

http://periodicoitaliano.info/2009/11/30/gelmini-no-allassistenzialismo-fondi-agli-atenei-virtuosi/

sabato 27 febbraio 2010

Se il profitto è l'unico scopo

«Io, manager tradita dall' azienda Dopo il parto costretta a licenziarmi»

Stefania Boleso, 39 anni, laurea in Bocconi e dieci anni da responsabile marketing.

«Buongiorno Stefania. Scusa mah... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell' attimo - racconta adesso Stefania Boleso -. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, poi l' ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire.

Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l' area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l'azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l' anima. Invece l' azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

«Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell' azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing.».

Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l' esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata - risponde la manager -. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c' è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Querze' Rita


Questo è parte di un articolo apparso online sul “corriere della sera” del 22/02/2010.
La storia di Stefania mi ha suscitato una riflessione che non sono riuscito a non condividere.

Qualcuno potrebbe dire che questa storia non ha nulla di speciale, nulla di eccezionale, che storie
simili accadono ogni giorno nel nostro paese e in tutto il resto del mondo.

Qualcuno potrebbe addirittura sostenere che l’“allontanamento” del manager sia stato fatto in totale accordo con “la normativa vigente”, Stefania non è stata licenziata, gli è stato semplicemente affidato un nuovo incarico.

Qualcuno potrebbe prendere le difese della azienda, in fondo il fine di un’impresa è creare profitto, una neomamma manager costa molto e probabilmente non saprà dedicare al lavoro lo stesso impegno che vi dedicava prima del parto.
Non voglio soffermarmi troppo sulla storia di Stefania, la voglio solo usare come “scusa” come punto di partenza di una riflessione che ho maturato in questi giorni e che, forse superbamente, ritenevo interessante condividere con voi.

Se posso trovarmi d’accordo con le idee sia del primo, che del secondo “qualcuno”, il terzo ha sicuramente torto.

Mi spiace far crollare antiche certezze ma il fine di un’impresa non è creare profitto.
Il profitto è necessario per un’impresa, è indispensabile per garantirne la sopravvivenza. Il suo fine però non è questo.
Dire che il fine dell’impresa sia il profitto è come dire che il fine dell’uomo sia il bere e il mangiare. Mangiare e bere sono necessari e indispensabili per garantire la sopravvivenza di un uomo ma il fine o lo scopo della vita è qualcosa di diverso. Il fine dell’impresa è semplicemente creare valore.
Creare valore è infatti ben diverso da creare profitto. Il profitto è solo un’accezione del valore, il profitto non è altro che il valore per gli azionisti, o per l’imprenditore proprietario dell’impresa.

Le sorti di un’impresa sono però legate anche ad un’altra serie di soggetti che in economia vengono chiamati stakeholder, essi sono il complesso di persone, fisiche e giuridiche che hanno in qualche modo a che fare con l’impresa.
Tra i più chiari e i più importanti vi sono: i clienti, i lavoratori, i creditori, i cittadini in generale e la pubblica amministrazione.
I profitti che spettano agli azionisti, o all’imprenditore, sono giustificati solo in quanto l’impresa produce valore per almeno una di queste categorie.
L’impresa deve necessariamente avere uno scopo più vasto rispetto al solo arricchimento della compagine proprietaria.

Creare valore significa creare qualcosa, significa proporre una soluzione ad un problema, significa proporre un prodotto, proporre un servizio o anche un investimento che migliora, anche solo di pochissimo, la vita di qualche stakeholder.
Nel caso di Stefania l’impresa ha distrutto valore, ha distrutto il valore di una famiglia e il valore di una nuova vita solo perché non a vantaggio dei propri azionisti, non era profitto ma valore per un proprio dipendente.

Le mie parole possono sembrare fuori dal tempo, assolutamente slegate dalla realtà, sono perfettamente consapevole che pochi imprenditori, pochi manager e pochi capitani d’industria possano condividerle.
Eppure non sono anacronistiche, la crisi che lentamente e con difficoltà stiamo superando, è stata generata proprio da un modo antitetico a questo di concepire l’impresa.
Chi ha posto l’accento solo e soltanto sulla creazione di profitti, in particolare di brevissimo termine ha visto la propria ricchezza dematerializzarsi in poche settimane.
Come è a tutti noto non si è fatto altro che distruggere valore.

Se non anacronistiche le mie parole possono sembrare utopiche, difficilmente applicabili alla realtà economica, sembra impossibile che le regole del mercato possano tener da conto il valore generato dalla nascita di un figlio, su questo non posso darvi torto. Eppure è necessario trovare un modo per implementare una nuova cultura aziendale e nuove regole, nuovi incentivi perché le aziende perseguano comportamenti virtuosi. Se non si accetta questa sfida, la crisi non passerà, vivremo il sogno di essercela lasciata alle spalle, avremo curato i sintomi ma non la malattia e passato l’effetto dei farmaci i sintomi torneranno più forti e sconvolgenti di prima.

Inoltre se io fossi un azionista di Red Bull non condividerei la scelta presa nei confronti della Boleso.
Se un manager è dieci anni che lavora all’interno della mia impresa, ed è arrivata a essere il responsabile del marketing deduco che abbia sviluppato delle competenze, della capacità e una conoscenza del business che le dovrebbero permettere di raggiungere risultati che difficilmente potrebbe raggiungere chiunque altro.

Inoltre tale decisione avrà avuto delle conseguenze anche sui colleghi di Stefania, i quali visto cosa è successo alla loro collega avranno sicuramente riconsiderato il clima aziendale e la considerazione che il top management ha nei propri confronti.
E’ noto che dipendenti soddisfatti sono più produttivi e l’impresa gode di maggior appropriabilità sul valore da essi generato.
In sintesi, se chi lavora per me è felice di farlo, lavorerà meglio e non servirà uno stipendio da capogiro per trattenerlo all’interno della mia impresa.
Basta guardare Google, simbolo di questa filosofia aziendale, ottimi risultati economici e miglior posto dove lavorare secondo “Great Place to Work”.
Insomma anche dal profilo prettamente contabile la strategia del superiore di Stefania se non totalmente errata risulta quantomeno criticabile.