giovedì 17 dicembre 2009

Clima gelido a Copenhagen

Sono "bastati" cento miliardi di dollari sul tappeto verde del tavolo da poker di Copenaghen per stravolgere il clima di un summit che fino a ieri definire fallimentare sembrava poco.

Hillary Clinton serena e sorridente ha dichiarato che gli Stati Uniti sono disposti a stanziare fino a cento miliardi di dollari (da oggi fino al 2020) per la creazione di un fondo che agevoli la crescita economica a basso impatto ambientale anche nei paesi meno industrializzati.

I soldi americani ridanno fiducia ad un vertice rimasto congelato dopo le parole della delegazione cinese, fonti non ufficiali di questi ultimi infatti davano l'accordo per impossibile.

Ma perché è così difficile trovare un accordo sul clima?
Le ragioni sono in ultima analisi abbastanza semplici.
Oggi chi inquina di più sono i paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Messico.
Questi paesi sono anche quelli che non fanno nulla per implementare politiche a basso impatto ambientale, tali politiche sono infatti costose, in termini di dollari e sopratutto in termini di punti percentuali sul PIL, in pratica rallenterebbero la stravolgente crescita economica di tali paesi.
Chi soffre e chi soffrirà degli sconvolgimenti climatici non sono però tali paesi.
I cambiamenti climatici hanno colpito e continueranno a colpire sopratutto le aree più povere del mondo: Africa, sud-est asiatico e America del Sud.
Sono proprio i leader di questi paesi (Chavez in primis) che pretendono un accordo serio sul clima.
Il ruolo dell'Europa in tutto questo è come sempre il ruolo dell'intellettuale, non ha quasi niente da perdere e si impegna sulla pelle degli altri.
E l'America?
Grazie ad Obama il ruolo dell'America è cambiato. Da gigante ignaro e superiore che non si era mai abbassato a compromessi e riduzioni alla propria economia diventa magnate e filantropo aprendo generosamente il portafoglio.
I cento miliardi di dollari americani sono però vincolati da un se. L'America infatti costituirà il fondo se si raggiungerà una "buona intesa". In sostanza Hillary dice: "se la Cina è disposta a ridurre le sue emissioni noi siamo pronti a sborsare i 100 MLD".
Fondamentalmente il punto cruciale di tutta la faccenda non è di quanto si debbano abbassare le emissioni, ma chi debba farlo.
Il tetto massimo di emissioni sostenibili è stato infatti già quantificato in 450 parti per milione di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera.
Il problema è come dividere le quote.

Misurando infatti l'inquinamento con il metro degli stati, la Cina ha scavalcato l'America, ma se se si applica il conteggio pro capite ci vogliono 4 cinesi per arrivare alle emissioni di un cittadino degli States.
Inoltre la Cina sostiene che noi occidentali abbiamo inquinato per duecento anni ed ora che iniziano a farsi sentire le conseguenze chi dovrebbe frenare lo sviluppo dovrebbero essere proprio loro, che allo sviluppo non ci sono ancora arrivati.
Dopotutto non si può negare una certa logica al ragionamento cinese.

La questione in sintesi è questa: se i 100 MLD basteranno ai cinesi si arriverà all'accordo.
L'America decide di praticamente di delocalizzare anche la diminuzione delle emissioni, è pronta a pagare i cinesi pur di non dover abbassare le emissioni a stelle e strisce.

E l'Italia?
La posizione italiana è come al solito deprimente e vergognosa.
Dei 57 paesi più inquinanti del mondo l'Italia si classifica quarataquattresima nell'indice sul clima e terzultima per le politiche energetiche.
In pratica siamo messi male e facciamo di tutto per peggiorare.

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