Sulla privatizzazione dell'acqua in queste ultime settimane se ne sono sentite di tutti i colori.
C'è chi pensa che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali, chi pensa che da un giorno all'altro ci ritroveremo bollette stratosferiche e famiglie che non possono più permettersi di dare da bere ai propri figli.
C'è chi dipinge scenari catastrofici con i signori delle multinazionali che faranno profitti sulle spalle dei più poveri.
Le cose a mio giudizio non stanno esattamente così.
C'è da dire che l'Italia ha una delle tariffe più basse, se non proprio la più bassa di tutta Europa.
La rete però è una delle peggiori: acquedotti, depuratori e fogne versano in situazioni disastrose e sarebbero indispensabili ingenti investimenti per migliorare l'efficienza.
Perché privatizzare?
Anche nel settore idrico, come in tanti altri settori, la logica che fa scegliere la privatizzazione è sempre la stessa: si pensa che un'impresa privata possa gestire un bene con minori sprechi rispetto ad un ente pubblico.
Un'impresa privata infatti allettata dalla possibilità di generare dei profitti dalla vendita dell'acqua sarebbe ben più attenta di un istituzione pubblica a gestire gli sprechi e a migliorare l'efficienza.
Il decreto
Il decreto però dice cose abbastanza diverse.
Prima di tutto il privato opererà in nome e per conto del pubblico, con tariffe e condizioni pattuite dal pubblico.
Non ci sarà quindi alcun paventato aumento stratosferico dei prezzi.
L'unico obbligo imposto alle amministrazioni pubbliche sarà quello di indire una gara, alla quale potranno partecipare pubblici e privati.
La differenza sostanziale tra un’impresa pubblica e un’impresa privata sta nel fatto che la prima deve conseguire solo il pareggio di bilancio, mentre la seconda è per sua natura obbligata a generare profitti. E’ naturale dunque pensare che a parità di efficienza l’impresa pubblica riuscirà a garantire prezzi più bassi dell’impresa privata.
Laddove ciò non dovesse avvenire l’impresa privata vincerà la gara e permetterà ai cittadini di pagare un prezzo inferiore.
Se invece il comune non vuole passare per la gara, ma vuole continuare ad utilizzare l'affidamento diretto, dovrà far partecipare al capitale sociale dell'impresa almeno un privato. Quest'ultimo dovrà partecipare per almeno il 70%, la quota pubblica non potrà superare quindi il 30%.
Essendo che tale rischio era già in essere ben prima del decreto non si capisce perché tanta polemica.
Il decreto insomma non cambia granché l'assetto precedente lascia assolutamente insoluti i problemi esistenti. Non è quindi un decreto né da applaudire né da criticare, è perlopiù un decreto quasi inutile, almeno per il tema dell'acqua (nel decreto infatti sono comprese altre norme che interessano altri settori).
Non si può negare che l'acqua sia un diritto e in Italia tale diritto non è rispettato. Non è normale infatti che in un paese avanzato ogni estate intere regioni vivano situazioni di totale emergenza, non è normale che interi paesi rimangano senz’acqua per dei giorni, non è normale che ci siano ancora luoghi dove l’acqua del rubinetto non è potabile.
L'unico modo per rendere la situazione migliore e più equa è migliorare le infrastrutture, fare investimenti, eliminare gli sprechi. Il modo più razionale per farlo è aumentare le tariffe, ciò porterebbe ad una diminuzione degli sprechi casalinghi (ognuno di noi pensi a quanta acqua spreca ogni giorno solo perchè è praticamente gratis) e consentirebbe di migliorare la rete.
Non riesco poi a concepire le polemiche se si pensa che tali aumenti dovrebbero portare ad una maggiorazione di poche decine di euro per famiglia ogni anno.
LM
Credo che la riflessione più saggia del tuo post sia questa: il decreto in questione più che altro non cambia nulla o poco sulla stuazione preesistente.
RispondiEliminaL'unica perplessità che mi rimane è: nella gara d'appalto chi vigilerà sulla correttezza dell'assegnazione?
Assolutamente legittima la tua perplessità.
RispondiEliminaPerò ad oggi senza il decreto il servizio viene affidato in modo diretto senza alcun tipo di gara, sono gli ATO (ambiti territoriali ottimali) di cui fa spesso parte anche il sindaco a decidere a chi affidare la gestione dell'acqua.