E' ormai di diverse settimane fa la notizia della prossima chiusura dello stabilimento FIAT di Termini Imerese.
La causa principale della chiusura dello stabilimento è la scarsa produttività.
Produrre un’automobile in Sicilia costa mediamente 1000 euro più che in qualsiasi altro impianto in Italia.
Perché?
Le ragioni sono essenzialmente di due tipi, il primo è direttamente legato alla casa torinese, il secondo è legato alla pubblica amministrazione, in particolare alla regione Sicilia.
Le prime ragioni, quelle legate a FIAT, sono ragioni di tipo tecnico-produttive, il sito è troppo piccolo e la produzione è limitata. Praticamente tenere aperto lo stabilimento costa tanto e produce troppe poche automobili; il numero limitato di auto prodotte non permette di dividere una spesa così ingente su un numero così limitato. Lo stabilimento infatti era stato pensato negli anni '70, da sempre ha prodotto un unico modello alla volta legando la sua sopravvivenza alle performance del modello stesso.
Le seconde ragioni dicevamo sono di responsabilità fondamentalmente della Regione Sicilia, più in recentemente della giunta Cuffaro.
Una fabbrica di quelle dimensioni ha bisogno infatti di servizi e infrastrutture per funzionare efficacemente.
Ora la FIAT essendo un’impresa, e non un ente di pubblica assistenza, ha tutto il diritto di chiudere gli impianti, anche quello di Termini Imerese.
La cosa strana è che la FIAT si ricordi di essere un'impresa privata soltanto quando più le fa comodo.
La Fiat "moderna" infatti ha superato ben quattro crisi, tutte con "l’aiuto statale": quella tutta italiana del 1964 e quelle mondiali, dovute agli choc petroliferi, del 1973 '76 e del 1981 ‘82. Mentre la quarta riguarda il mercato automobilistico del 1993. Durante gli anni '90 stessa storia: la Fiat perde quota di mercato sia sul mercato domestico che su quello europeo.
Negli ultimi 100 anni la FIAT ha ricevuto "aiuti statali" in termini di incentivi e finanziamenti più di ogni altra impresa statale di qualsiasi altro stato.
La FIAT ha quindi il diritto di prendere le proprie scelte strategiche ma ha il dovere di camminare con le proprie gambe.
mercoledì 23 dicembre 2009
giovedì 17 dicembre 2009
Clima gelido a Copenhagen
Sono "bastati" cento miliardi di dollari sul tappeto verde del tavolo da poker di Copenaghen per stravolgere il clima di un summit che fino a ieri definire fallimentare sembrava poco.
Hillary Clinton serena e sorridente ha dichiarato che gli Stati Uniti sono disposti a stanziare fino a cento miliardi di dollari (da oggi fino al 2020) per la creazione di un fondo che agevoli la crescita economica a basso impatto ambientale anche nei paesi meno industrializzati.
I soldi americani ridanno fiducia ad un vertice rimasto congelato dopo le parole della delegazione cinese, fonti non ufficiali di questi ultimi infatti davano l'accordo per impossibile.
Ma perché è così difficile trovare un accordo sul clima?
Le ragioni sono in ultima analisi abbastanza semplici.
Oggi chi inquina di più sono i paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Messico.
Questi paesi sono anche quelli che non fanno nulla per implementare politiche a basso impatto ambientale, tali politiche sono infatti costose, in termini di dollari e sopratutto in termini di punti percentuali sul PIL, in pratica rallenterebbero la stravolgente crescita economica di tali paesi.
Chi soffre e chi soffrirà degli sconvolgimenti climatici non sono però tali paesi.
I cambiamenti climatici hanno colpito e continueranno a colpire sopratutto le aree più povere del mondo: Africa, sud-est asiatico e America del Sud.
Sono proprio i leader di questi paesi (Chavez in primis) che pretendono un accordo serio sul clima.
Il ruolo dell'Europa in tutto questo è come sempre il ruolo dell'intellettuale, non ha quasi niente da perdere e si impegna sulla pelle degli altri.
E l'America?
Grazie ad Obama il ruolo dell'America è cambiato. Da gigante ignaro e superiore che non si era mai abbassato a compromessi e riduzioni alla propria economia diventa magnate e filantropo aprendo generosamente il portafoglio.
I cento miliardi di dollari americani sono però vincolati da un se. L'America infatti costituirà il fondo se si raggiungerà una "buona intesa". In sostanza Hillary dice: "se la Cina è disposta a ridurre le sue emissioni noi siamo pronti a sborsare i 100 MLD".
Fondamentalmente il punto cruciale di tutta la faccenda non è di quanto si debbano abbassare le emissioni, ma chi debba farlo.
Il tetto massimo di emissioni sostenibili è stato infatti già quantificato in 450 parti per milione di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera.
Il problema è come dividere le quote.
Misurando infatti l'inquinamento con il metro degli stati, la Cina ha scavalcato l'America, ma se se si applica il conteggio pro capite ci vogliono 4 cinesi per arrivare alle emissioni di un cittadino degli States.
Inoltre la Cina sostiene che noi occidentali abbiamo inquinato per duecento anni ed ora che iniziano a farsi sentire le conseguenze chi dovrebbe frenare lo sviluppo dovrebbero essere proprio loro, che allo sviluppo non ci sono ancora arrivati.
Dopotutto non si può negare una certa logica al ragionamento cinese.
La questione in sintesi è questa: se i 100 MLD basteranno ai cinesi si arriverà all'accordo.
L'America decide di praticamente di delocalizzare anche la diminuzione delle emissioni, è pronta a pagare i cinesi pur di non dover abbassare le emissioni a stelle e strisce.
E l'Italia?
La posizione italiana è come al solito deprimente e vergognosa.
Dei 57 paesi più inquinanti del mondo l'Italia si classifica quarataquattresima nell'indice sul clima e terzultima per le politiche energetiche.
In pratica siamo messi male e facciamo di tutto per peggiorare.
Hillary Clinton serena e sorridente ha dichiarato che gli Stati Uniti sono disposti a stanziare fino a cento miliardi di dollari (da oggi fino al 2020) per la creazione di un fondo che agevoli la crescita economica a basso impatto ambientale anche nei paesi meno industrializzati.
I soldi americani ridanno fiducia ad un vertice rimasto congelato dopo le parole della delegazione cinese, fonti non ufficiali di questi ultimi infatti davano l'accordo per impossibile.
Ma perché è così difficile trovare un accordo sul clima?
Le ragioni sono in ultima analisi abbastanza semplici.
Oggi chi inquina di più sono i paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Messico.
Questi paesi sono anche quelli che non fanno nulla per implementare politiche a basso impatto ambientale, tali politiche sono infatti costose, in termini di dollari e sopratutto in termini di punti percentuali sul PIL, in pratica rallenterebbero la stravolgente crescita economica di tali paesi.
Chi soffre e chi soffrirà degli sconvolgimenti climatici non sono però tali paesi.
I cambiamenti climatici hanno colpito e continueranno a colpire sopratutto le aree più povere del mondo: Africa, sud-est asiatico e America del Sud.
Sono proprio i leader di questi paesi (Chavez in primis) che pretendono un accordo serio sul clima.
Il ruolo dell'Europa in tutto questo è come sempre il ruolo dell'intellettuale, non ha quasi niente da perdere e si impegna sulla pelle degli altri.
E l'America?
Grazie ad Obama il ruolo dell'America è cambiato. Da gigante ignaro e superiore che non si era mai abbassato a compromessi e riduzioni alla propria economia diventa magnate e filantropo aprendo generosamente il portafoglio.
I cento miliardi di dollari americani sono però vincolati da un se. L'America infatti costituirà il fondo se si raggiungerà una "buona intesa". In sostanza Hillary dice: "se la Cina è disposta a ridurre le sue emissioni noi siamo pronti a sborsare i 100 MLD".
Fondamentalmente il punto cruciale di tutta la faccenda non è di quanto si debbano abbassare le emissioni, ma chi debba farlo.
Il tetto massimo di emissioni sostenibili è stato infatti già quantificato in 450 parti per milione di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera.
Il problema è come dividere le quote.
Misurando infatti l'inquinamento con il metro degli stati, la Cina ha scavalcato l'America, ma se se si applica il conteggio pro capite ci vogliono 4 cinesi per arrivare alle emissioni di un cittadino degli States.
Inoltre la Cina sostiene che noi occidentali abbiamo inquinato per duecento anni ed ora che iniziano a farsi sentire le conseguenze chi dovrebbe frenare lo sviluppo dovrebbero essere proprio loro, che allo sviluppo non ci sono ancora arrivati.
Dopotutto non si può negare una certa logica al ragionamento cinese.
La questione in sintesi è questa: se i 100 MLD basteranno ai cinesi si arriverà all'accordo.
L'America decide di praticamente di delocalizzare anche la diminuzione delle emissioni, è pronta a pagare i cinesi pur di non dover abbassare le emissioni a stelle e strisce.
E l'Italia?
La posizione italiana è come al solito deprimente e vergognosa.
Dei 57 paesi più inquinanti del mondo l'Italia si classifica quarataquattresima nell'indice sul clima e terzultima per le politiche energetiche.
In pratica siamo messi male e facciamo di tutto per peggiorare.
lunedì 14 dicembre 2009
La violenza e la politica
Mentre le immagini del presidente del consiglio italiano, con la faccia sanguinante, fanno il giro del mondo rimbalzando sui siti dei più importanti quotidiani internazionali su facebook infuriano i dibattiti.
Dibattiti tra chi mostra solidarietà a Berlusconi e chi propone la beatificazione di Tartaglia.
Tra le due posizioni è inutile dire che preferisco la prima.
Al di là di ogni credo politico è necessario schierarsi contro la violenza, la violenza crea violenza e nient'altro.
Eppure la storia politica del nostro paese è segnata da almeno due esempi di violenza che oggi sono considerati atti di eroismo: il Risorgimento e la Resistenza.
Se infatti qualcuno non avesse usato la violenza per unificare l'Italia o per liberarla dal regime fascista oggi forse la nostra vita sarebbe ben diversa.
A mio giudizio le situazioni non sono però paragonabili.
Per quanto triste e perversa può essere considerata la legislatura di Berlusconi non la si può paragonare ad un regime. Soprattutto perché si fa torto a chi sotto un regime c'é vissuto davvero o purtroppo ci vive ancora.
Che ci piaccia o no Berlusconi non è (ancora) un dittatore.
La mia non è una posizione da democristiano o da borghese mio caro Ulrico. Non è questo il punto. La mia è una posizione di buon senso e se non di amore almeno di rispetto verso il prossimo, anche quando il prossimo è Berlusconi.
Chiunque prova fascino verso gli slanci eroici, chiunque avrebbe voluto vivere nel Risorgimento, chiunque avrebbe voluto essere dei mille di Garibaldi, ma purtroppo non è quello il nostro tempo. Oggi la democrazia c'è (per quanto marcia e corrotta) e va difesa con le armi della democrazia: l'informazione, il dibattito e il voto.
LM
Dibattiti tra chi mostra solidarietà a Berlusconi e chi propone la beatificazione di Tartaglia.
Tra le due posizioni è inutile dire che preferisco la prima.
Al di là di ogni credo politico è necessario schierarsi contro la violenza, la violenza crea violenza e nient'altro.
Eppure la storia politica del nostro paese è segnata da almeno due esempi di violenza che oggi sono considerati atti di eroismo: il Risorgimento e la Resistenza.
Se infatti qualcuno non avesse usato la violenza per unificare l'Italia o per liberarla dal regime fascista oggi forse la nostra vita sarebbe ben diversa.
A mio giudizio le situazioni non sono però paragonabili.
Per quanto triste e perversa può essere considerata la legislatura di Berlusconi non la si può paragonare ad un regime. Soprattutto perché si fa torto a chi sotto un regime c'é vissuto davvero o purtroppo ci vive ancora.
Che ci piaccia o no Berlusconi non è (ancora) un dittatore.
La mia non è una posizione da democristiano o da borghese mio caro Ulrico. Non è questo il punto. La mia è una posizione di buon senso e se non di amore almeno di rispetto verso il prossimo, anche quando il prossimo è Berlusconi.
Chiunque prova fascino verso gli slanci eroici, chiunque avrebbe voluto vivere nel Risorgimento, chiunque avrebbe voluto essere dei mille di Garibaldi, ma purtroppo non è quello il nostro tempo. Oggi la democrazia c'è (per quanto marcia e corrotta) e va difesa con le armi della democrazia: l'informazione, il dibattito e il voto.
LM
domenica 13 dicembre 2009
Acqua privata? Magari!
Sulla privatizzazione dell'acqua in queste ultime settimane se ne sono sentite di tutti i colori.
C'è chi pensa che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali, chi pensa che da un giorno all'altro ci ritroveremo bollette stratosferiche e famiglie che non possono più permettersi di dare da bere ai propri figli.
C'è chi dipinge scenari catastrofici con i signori delle multinazionali che faranno profitti sulle spalle dei più poveri.
Le cose a mio giudizio non stanno esattamente così.
C'è da dire che l'Italia ha una delle tariffe più basse, se non proprio la più bassa di tutta Europa.
La rete però è una delle peggiori: acquedotti, depuratori e fogne versano in situazioni disastrose e sarebbero indispensabili ingenti investimenti per migliorare l'efficienza.
Perché privatizzare?
Anche nel settore idrico, come in tanti altri settori, la logica che fa scegliere la privatizzazione è sempre la stessa: si pensa che un'impresa privata possa gestire un bene con minori sprechi rispetto ad un ente pubblico.
Un'impresa privata infatti allettata dalla possibilità di generare dei profitti dalla vendita dell'acqua sarebbe ben più attenta di un istituzione pubblica a gestire gli sprechi e a migliorare l'efficienza.
Il decreto
Il decreto però dice cose abbastanza diverse.
Prima di tutto il privato opererà in nome e per conto del pubblico, con tariffe e condizioni pattuite dal pubblico.
Non ci sarà quindi alcun paventato aumento stratosferico dei prezzi.
L'unico obbligo imposto alle amministrazioni pubbliche sarà quello di indire una gara, alla quale potranno partecipare pubblici e privati.
La differenza sostanziale tra un’impresa pubblica e un’impresa privata sta nel fatto che la prima deve conseguire solo il pareggio di bilancio, mentre la seconda è per sua natura obbligata a generare profitti. E’ naturale dunque pensare che a parità di efficienza l’impresa pubblica riuscirà a garantire prezzi più bassi dell’impresa privata.
Laddove ciò non dovesse avvenire l’impresa privata vincerà la gara e permetterà ai cittadini di pagare un prezzo inferiore.
Se invece il comune non vuole passare per la gara, ma vuole continuare ad utilizzare l'affidamento diretto, dovrà far partecipare al capitale sociale dell'impresa almeno un privato. Quest'ultimo dovrà partecipare per almeno il 70%, la quota pubblica non potrà superare quindi il 30%.
Essendo che tale rischio era già in essere ben prima del decreto non si capisce perché tanta polemica.
Il decreto insomma non cambia granché l'assetto precedente lascia assolutamente insoluti i problemi esistenti. Non è quindi un decreto né da applaudire né da criticare, è perlopiù un decreto quasi inutile, almeno per il tema dell'acqua (nel decreto infatti sono comprese altre norme che interessano altri settori).
Non si può negare che l'acqua sia un diritto e in Italia tale diritto non è rispettato. Non è normale infatti che in un paese avanzato ogni estate intere regioni vivano situazioni di totale emergenza, non è normale che interi paesi rimangano senz’acqua per dei giorni, non è normale che ci siano ancora luoghi dove l’acqua del rubinetto non è potabile.
L'unico modo per rendere la situazione migliore e più equa è migliorare le infrastrutture, fare investimenti, eliminare gli sprechi. Il modo più razionale per farlo è aumentare le tariffe, ciò porterebbe ad una diminuzione degli sprechi casalinghi (ognuno di noi pensi a quanta acqua spreca ogni giorno solo perchè è praticamente gratis) e consentirebbe di migliorare la rete.
Non riesco poi a concepire le polemiche se si pensa che tali aumenti dovrebbero portare ad una maggiorazione di poche decine di euro per famiglia ogni anno.
LM
C'è chi pensa che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali, chi pensa che da un giorno all'altro ci ritroveremo bollette stratosferiche e famiglie che non possono più permettersi di dare da bere ai propri figli.
C'è chi dipinge scenari catastrofici con i signori delle multinazionali che faranno profitti sulle spalle dei più poveri.
Le cose a mio giudizio non stanno esattamente così.
C'è da dire che l'Italia ha una delle tariffe più basse, se non proprio la più bassa di tutta Europa.
La rete però è una delle peggiori: acquedotti, depuratori e fogne versano in situazioni disastrose e sarebbero indispensabili ingenti investimenti per migliorare l'efficienza.
Perché privatizzare?
Anche nel settore idrico, come in tanti altri settori, la logica che fa scegliere la privatizzazione è sempre la stessa: si pensa che un'impresa privata possa gestire un bene con minori sprechi rispetto ad un ente pubblico.
Un'impresa privata infatti allettata dalla possibilità di generare dei profitti dalla vendita dell'acqua sarebbe ben più attenta di un istituzione pubblica a gestire gli sprechi e a migliorare l'efficienza.
Il decreto
Il decreto però dice cose abbastanza diverse.
Prima di tutto il privato opererà in nome e per conto del pubblico, con tariffe e condizioni pattuite dal pubblico.
Non ci sarà quindi alcun paventato aumento stratosferico dei prezzi.
L'unico obbligo imposto alle amministrazioni pubbliche sarà quello di indire una gara, alla quale potranno partecipare pubblici e privati.
La differenza sostanziale tra un’impresa pubblica e un’impresa privata sta nel fatto che la prima deve conseguire solo il pareggio di bilancio, mentre la seconda è per sua natura obbligata a generare profitti. E’ naturale dunque pensare che a parità di efficienza l’impresa pubblica riuscirà a garantire prezzi più bassi dell’impresa privata.
Laddove ciò non dovesse avvenire l’impresa privata vincerà la gara e permetterà ai cittadini di pagare un prezzo inferiore.
Se invece il comune non vuole passare per la gara, ma vuole continuare ad utilizzare l'affidamento diretto, dovrà far partecipare al capitale sociale dell'impresa almeno un privato. Quest'ultimo dovrà partecipare per almeno il 70%, la quota pubblica non potrà superare quindi il 30%.
Essendo che tale rischio era già in essere ben prima del decreto non si capisce perché tanta polemica.
Il decreto insomma non cambia granché l'assetto precedente lascia assolutamente insoluti i problemi esistenti. Non è quindi un decreto né da applaudire né da criticare, è perlopiù un decreto quasi inutile, almeno per il tema dell'acqua (nel decreto infatti sono comprese altre norme che interessano altri settori).
Non si può negare che l'acqua sia un diritto e in Italia tale diritto non è rispettato. Non è normale infatti che in un paese avanzato ogni estate intere regioni vivano situazioni di totale emergenza, non è normale che interi paesi rimangano senz’acqua per dei giorni, non è normale che ci siano ancora luoghi dove l’acqua del rubinetto non è potabile.
L'unico modo per rendere la situazione migliore e più equa è migliorare le infrastrutture, fare investimenti, eliminare gli sprechi. Il modo più razionale per farlo è aumentare le tariffe, ciò porterebbe ad una diminuzione degli sprechi casalinghi (ognuno di noi pensi a quanta acqua spreca ogni giorno solo perchè è praticamente gratis) e consentirebbe di migliorare la rete.
Non riesco poi a concepire le polemiche se si pensa che tali aumenti dovrebbero portare ad una maggiorazione di poche decine di euro per famiglia ogni anno.
LM
Perchè un blog?
Stamattina mi sono svegliato con l'idea di creare un blog.
In realtà è già un po' che ci pensavo, vivendo qui a Milano infatti le occasioni di discutere o chiacchierare con i miei amici (soprattutto romani) sono sempre più rare. Per risolvere questo problema ho pensato che la soluzione migliore potesse essere un blog.
All'inizio avevo pensato ad un blog "privato", dove raccontare quello che mi succedeva nella mia nuova vita milanese, poi però ho cambiato idea. Chi mi conosce sa infatti che sono una persona troppo riservata per riuscire a scrivere i fatti suoi online.
Quindi ho optato per un blog di tipo diverso, un blog "politico", dove poter esprimere le mie opinioni sulla politica italiana e su argomenti socio-economici.
Mi piacerebbe che questo blog diventasse un luogo dove approfondi re e dibbatere su temi trattati superficialmente dalla stampa ufficiale.
Vi dico subito che non sarà un blog "polically correct". Mi piace andare contro corrente e non rinuncerò a farlo. Non sarà un blog né di destra né di sinistra, né contro Berlusconi né contro nessun altro. Sarà un blog per il "buon governo", un blog dove gli argomenti vogliono essere trattati con intelligenza e buon senso, razionalità e onestà, senza pregiudizi né luoghi comuni.
Soprattuto vuole essere un blog libero, libero dagli schemi mentali e libero anche di contraddirsi. Sì, contraddirsi, avere l'umiltà di ritrattare le proprie posizioni, le proprie idee, cambiare le idee vecchie se le nuove sono più sensate.
Siceramente non so se sarò in grado di portare aventi questa idea. Mi conosco e non sono affatto un tipo costante, forse questa mia fissa del blog durerà poco, forse non scriverò nient'altro se non questo post, forse andrà avanti pochi giorni. Certo è che se non provo non potrò mai saperlo, quindi da oggi è ufficialmente aperto il mio blog.
Luca Marani
In realtà è già un po' che ci pensavo, vivendo qui a Milano infatti le occasioni di discutere o chiacchierare con i miei amici (soprattutto romani) sono sempre più rare. Per risolvere questo problema ho pensato che la soluzione migliore potesse essere un blog.
All'inizio avevo pensato ad un blog "privato", dove raccontare quello che mi succedeva nella mia nuova vita milanese, poi però ho cambiato idea. Chi mi conosce sa infatti che sono una persona troppo riservata per riuscire a scrivere i fatti suoi online.
Quindi ho optato per un blog di tipo diverso, un blog "politico", dove poter esprimere le mie opinioni sulla politica italiana e su argomenti socio-economici.
Mi piacerebbe che questo blog diventasse un luogo dove approfondi re e dibbatere su temi trattati superficialmente dalla stampa ufficiale.
Vi dico subito che non sarà un blog "polically correct". Mi piace andare contro corrente e non rinuncerò a farlo. Non sarà un blog né di destra né di sinistra, né contro Berlusconi né contro nessun altro. Sarà un blog per il "buon governo", un blog dove gli argomenti vogliono essere trattati con intelligenza e buon senso, razionalità e onestà, senza pregiudizi né luoghi comuni.
Soprattuto vuole essere un blog libero, libero dagli schemi mentali e libero anche di contraddirsi. Sì, contraddirsi, avere l'umiltà di ritrattare le proprie posizioni, le proprie idee, cambiare le idee vecchie se le nuove sono più sensate.
Siceramente non so se sarò in grado di portare aventi questa idea. Mi conosco e non sono affatto un tipo costante, forse questa mia fissa del blog durerà poco, forse non scriverò nient'altro se non questo post, forse andrà avanti pochi giorni. Certo è che se non provo non potrò mai saperlo, quindi da oggi è ufficialmente aperto il mio blog.
Luca Marani
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