Cari dissidenti del PDL,
sono contento di constatare che finalmente siate in grado di agire per gli interessi nazionali, che finalmente possiate battervi per i cittadini e per il popolo che da voi dovrebbe essere rappresentato e governato. Lo apprendo con gioia e ne sono vivamente felice.
Son contento che, adesso che vi siete liberati di B., abbiate finalmente la possibilità di testimoniare quei valori che vi hanno da sempre contraddistinto: democraticità, moderazione, liberismo, europeismo, popolarismo e onestà.
E sono sicuro che quell'elettorato democratico, moderato, liberista, europeista, popolare e onesto comprenderà se in questi anni, a causa di B., in alcune sporadiche occasioni avete dovuto derogare a tali valori.
Comprenderà che nonostante il vostro amore democratico, era doveroso votare una legge elettorale che permettesse a B. di scegliersi in modo autonomo tutti i parlamentari.
Comprenderà che nonostante la vostra moderazione, era necessario lasciarsi andare a dichiarazioni da guerra civile contro la Magistratura e il Capo dello Stato.
Comprenderà che nonostante la vostra anima liberale, era essenziale per vincere le elezioni aumentare la pressione fiscale e far crescere il debito.
Comprenderà che nonostante il vostro europeismo, era indispensabile regalare Alitalia ai vostri amici anziché venderla ad AirFrance, scaricando sui contribuenti il costo dell’operazione.
Comprenderà che nonostante la vostra anima popolare, era fondamentale soffiare sul fuoco del razzismo per ingraziarsi gli amici leghisti.
Comprenderà che nonostante la vostra indubbia onestà, era obbligatorio fingere di credere che Rubi fosse la nipote di Mubarak.
Fidatevi, la parte democratica, moderata, liberale, europeista, popolare e onesta dell'elettorato vi comprenderà.
E sono altrettanto sicuro che voi comprenderete lei. Comprenderete se, per una volta, questa parte democratica, moderata, liberale, europeista, popolare e onesta dell'elettorato, deciderà di derogare a tali valori e sceglierà di non votarvi. Già, probabilmente al posto vostro sceglierà un altro partito, uno che con democraticità, moderazione, liberalismo, europeismo, popolarismo e onestà farà gli interessi, non di tutti i cittadini bensì proprio soltanto di quella parte democratica, moderata, liberale, europeista, popolare e onesta.
Cogito
Oltre l'ideologia la concretezza dei fatti
giovedì 3 ottobre 2013
giovedì 20 ottobre 2011
mercoledì 15 giugno 2011
Per fortuna si è raggiunto il quorum
Nonostante fossi a favore della privatizzazione della gestione dell’acqua, nonostante fossi a favore dell’energia nucleare sono contento che il quorum sia stato raggiunto.
Sono contento perché il referendum ha portato alla più forte batosta elettorale che Berlusconi abbia mai ricevuto. Son contento della batosta perché ha avuto il merito di far tornare a parlare questo governo di qualcosa di assolutamente indispensabile: la riforma fiscale.
Tremonti ne parla da anni, addirittura dal 1994, eppure ogni volta non si arriva mai a nulla.
Tremonti dice: “la riforma fiscale non si finanzia in deficit, i mercati ci penalizzerebbero.” Tradotto: non possiamo abbassare le tasse e aumentare il debito pubblico, perché sennò facciamo la fine della Grecia.
Su questo Giulietto ha ragione. Niente deficit.
E allora come si fanno a diminuire le tasse senza diminuire i servizi erogati dallo Stato?
La questione è nel gettito, la quantità di soldi raccolti dalle imposte devono rimanere almeno uguali, cioè anche con aliquote più basse non si devono ridurre.
E’ una cosa possibile?
Tecnicamente sì. Per almeno tre motivi.
1) Se si abbassano le tasse, si liberano risorse che possono essere reinvestite. Tali risorse fanno aumentare il PIL e quindi la base imponibile.
2) In Italia c’è un’enorme evasione fiscale. Ciò avviene non solo per una nostra deformazione culturale ma perché le nostre imposte sono ingiuste.
Un’impresa può arrivare a pagare imposte anche fino al 60% degli utili. E, cosa che in molti non sanno, le paga anticipatamente.
Le tasse italiane pesano soprattutto sul lavoro dipendente, liberi professionisti e imprese, infatti, hanno molti mezzi per l’elusione e addirittura per l’evasione. I lavoratori subordinati pagano invece sempre tutto.
3) Efficienza, efficienza, efficienza. Bisogna rendere il più efficiente possibile l’amministrazione pubblica. Di recente ho letto un articolo che trattava l’argomento, era su un giornale del 1992. Questo per dire che se ne parla da sempre, ma non lo si fa mai abbastanza.
Tremonti ha in mente un fisco più semplice e snello, si parla di tre aliquote e di cinque imposte al massimo. Vuole eliminare le decine di diverse esenzioni (spese che possono essere detratte dal reddito imponibile) che rendono tutto più complesso e spesso non vanno a vantaggio dei ceti più poveri.
Il Ministro ha inoltre annunciato qualcosa di assolutamente insolito. Abbassare gli stipendi dei parlamentari, adeguare i costi della politica italiana a quelli delle medie europee. Tagliare aerei blu, e privilegi vari.
Per ora c’è davvero troppo poco per giudicare la riforma, certo è che le premesse non sono da scartare. La vera domanda, però, è ci riusciranno davvero? Avranno abbastanza coraggio per rendere l’Italia un po’ più simile alle democrazie liberali occidentali?
Per ora sono come San Tommaso, se non vedo non ci credo.
Sono contento perché il referendum ha portato alla più forte batosta elettorale che Berlusconi abbia mai ricevuto. Son contento della batosta perché ha avuto il merito di far tornare a parlare questo governo di qualcosa di assolutamente indispensabile: la riforma fiscale.
Tremonti ne parla da anni, addirittura dal 1994, eppure ogni volta non si arriva mai a nulla.
Tremonti dice: “la riforma fiscale non si finanzia in deficit, i mercati ci penalizzerebbero.” Tradotto: non possiamo abbassare le tasse e aumentare il debito pubblico, perché sennò facciamo la fine della Grecia.
Su questo Giulietto ha ragione. Niente deficit.
E allora come si fanno a diminuire le tasse senza diminuire i servizi erogati dallo Stato?
La questione è nel gettito, la quantità di soldi raccolti dalle imposte devono rimanere almeno uguali, cioè anche con aliquote più basse non si devono ridurre.
E’ una cosa possibile?
Tecnicamente sì. Per almeno tre motivi.
1) Se si abbassano le tasse, si liberano risorse che possono essere reinvestite. Tali risorse fanno aumentare il PIL e quindi la base imponibile.
2) In Italia c’è un’enorme evasione fiscale. Ciò avviene non solo per una nostra deformazione culturale ma perché le nostre imposte sono ingiuste.
Un’impresa può arrivare a pagare imposte anche fino al 60% degli utili. E, cosa che in molti non sanno, le paga anticipatamente.
Le tasse italiane pesano soprattutto sul lavoro dipendente, liberi professionisti e imprese, infatti, hanno molti mezzi per l’elusione e addirittura per l’evasione. I lavoratori subordinati pagano invece sempre tutto.
3) Efficienza, efficienza, efficienza. Bisogna rendere il più efficiente possibile l’amministrazione pubblica. Di recente ho letto un articolo che trattava l’argomento, era su un giornale del 1992. Questo per dire che se ne parla da sempre, ma non lo si fa mai abbastanza.
Tremonti ha in mente un fisco più semplice e snello, si parla di tre aliquote e di cinque imposte al massimo. Vuole eliminare le decine di diverse esenzioni (spese che possono essere detratte dal reddito imponibile) che rendono tutto più complesso e spesso non vanno a vantaggio dei ceti più poveri.
Il Ministro ha inoltre annunciato qualcosa di assolutamente insolito. Abbassare gli stipendi dei parlamentari, adeguare i costi della politica italiana a quelli delle medie europee. Tagliare aerei blu, e privilegi vari.
Per ora c’è davvero troppo poco per giudicare la riforma, certo è che le premesse non sono da scartare. La vera domanda, però, è ci riusciranno davvero? Avranno abbastanza coraggio per rendere l’Italia un po’ più simile alle democrazie liberali occidentali?
Per ora sono come San Tommaso, se non vedo non ci credo.
venerdì 29 aprile 2011
E se fosse la malainformazione a farci paura? Perchè all'Italia è preclusa l'alternativa nucleare

Anche io sono spaventato dal nucleare. Sono, però, ugualmente spaventato dal futuro che si potrebbe prospettare per questo paese se rinunciasse ad affrontare le decisioni energetiche con spirito critico, oggettivo e con una visione di lungo periodo.
Ben inteso, non sono così ingenuo da pensare che a Berlusconi freghi qualcosa delle sorti future dell’Italia, penso che casualmente in questa situazione, gli interessi di Berlusconi possano essere sorprendentemente allineati con gli interessi della nazione.
L’unica domanda che mi sento di rivolgere è: siamo sicuri che la nostra paura del nucleare non nasca da una scarsa o mala informazione?
Perciò, non ritenendomi in grado di affrontare l’argomento con la competenza necessaria, ho deciso, per la prima volta, di “ospitare” su Cogito un articolo non mio.
Sarò forse tacciato di antidemocraticità ma credo, infatti, che il nucleare, per la natura particolarmente tecnica della materia non possa essere una chiacchiera da bar, ma debba essere trattato con la dovuta oggettività e con le dovute conoscenze a riguardo.
Spero che questo non rimanga un caso isolato e invito quindi chiunque avesse argomenti, o articoli da proporre a contattarmi tranquillamente.
Grazie a Martina e Fabio che per primi hanno accolto il mio invito.
PS: l’articolo è stato scritto prima della moratoria del governo, quindi quando il referendum era ancora programmato, mi scuso (soprattutto con gli autori) se per pigrizia non sono riuscito a pubblicarlo prima di oggi.
Buona lettura
Luca Marani
A breve ci verrà chiesto di votare in un referendum relativo a una serie di questioni fra cui l’eventuale sospensione del programma nucleare italiano.
In Italia c’è già stato un referendum sul nucleare, con un risultato ben noto e con una eccezionale affluenza (65.1%), in seguito all’incidente di Chernobyl e alla conseguente sovraesposizione mediatica a cui la popolazione è stata sottoposta.
Educazione e informazione della popolazione sono requisiti fondamentali per la democrazia, per cui, prima di esprimere la propria opinione, sia essa politica o referendaria, il cittadino è tenuto e ha il pieno diritto di avere una sufficiente conoscenza dell’argomento. La complessità tecnica del tema in questione ha un pregio ed un difetto: il difetto è la difficoltà intrinseca nell’avvicinarsi e nel comprendere la questione; il pregio è proprio l’oggettività dei dati che la descrivono. Per questi non ci si può affidare all’interpretazione, spesso faziosa, di politici, giornalisti e finti esperti.
Purtroppo veniamo sommersi di affermazioni senza alcun fondamento tecnico-scientifico o addirittura false. Ci accorgiamo che se non si padroneggia un po’ la materia è molto difficile capire quali sono le cose vere e quali no, vogliamo quindi aggiungere un po’ di dati tecnici che riteniamo fondamentali per votare con consapevolezza in questo referendum.
Cominciamo distinguendo l’energia elettrica da quella termica. L’energia termica, il cosiddetto “calore”, ci è fornito dai combustibili, dal sole e dal calore del sottosuolo. Dall’energia termica tramite opportuni impianti è possibile ricavare energia elettrica. Altri tipi di impianti ci permettono di ricavare energia elettrica dalle fonti meccaniche (vento, acqua), o direttamente dal sole (fotovoltaico).
Questa distinzione è fondamentale in quanto non sempre trasformiamo l’energia termica in elettricità, come per esempio nelle automobili, nel riscaldamento ecc.
In Italia l’energia elettrica della rete nazionale è prodotta per il 77.4% con impianti termici tradizionali (quasi tutto gas, inoltre carbone,olio combustibile,rifiuti), il 18.3% dall’idroelettrico, l’1.8% geotermico, 2.2% eolica, 0.2% fotovoltaica. Queste percentuali riguardano solo ciò che produciamo noi, la produzione italiana non basta a soddisfare la domanda, importiamo infatti un 14% dell’energia elettrica totale dall’estero (la maggior parte da Svizzera, Francia, Slovenia).
Il gas è importato per il 33% dall’Algeria, il 30% dalla Russia, il 19% dall’ Olanda, il 10% dalla Libia. Ciò rende evidente la dipendenza dell’Italia dai paesi esteri, alcuni dei quali risultano persino non politicamente stabili. A onor del vero va detto che l’energia importata ci costa meno che produrla, infatti questi paesi producono la maggior parte della propria energia elettrica da centrali nucleari.
Per l’appunto l’energia italiana è molto cara rispetto agli standard europei, ciò è dovuto agli investimenti sul rinnovabile e alla scelta di utilizzare gas e non carbone (il kWh prodotto dal carbone è meno costoso di quello prodotto dal gas).
Al riguardo è importante precisare che nel costo dell’energia prodotta da una centrale a carbone si tiene anche conto delle “sanzioni” da pagare per la produzione di inquinanti, in continua diminuzione grazie alla continua evoluzione delle tecnologie di trattamento fumi (per curiosità: le più recenti centrali a carbone hanno percentuali di polveri in uscita minori di quelle all’ingresso. In parole povere puliscono l’aria).
Il prezzo dell’energia non influenza esclusivamente le nostre bollette, ma influenza il costo di tutto ciò che è prodotto nel nostro paese ed è inoltre destinato ad aumentare visto che il gas non è infinito. Ne rimane a sufficienza all’incirca per 60,3 anni. La valutazione della disponibilità, negli anni a venire, di qualunque combustibile è legata al prezzo delle materie prime, degli investimenti e delle nuove tecnologie che possono rendersi disponibili. Utilizzando opportuni indicatori la disponibilità di petrolio è stimata in 41,6 anni, quella di carbone in 133 anni, quella dell’uranio in almeno 100 anni. Questi sono dati sulle riserve, ovvero sono una fotografia istantanea dei combustibili disponibili, ben diversi dai dati sulle risorse (depositi indicati come probabili ma sfruttabili a costi non competitivi o che ancora non sono stati identificati con certezza) e che non considerano l’evoluzione della tecnologia impiantistica.
Se si va poi a considerare l’aumento dei prezzi a cui, inevitabilmente, ogni risorsa finita va incontro, le riserve di uranio sfruttabili con convenienza economica aumentano (per ora risulta vantaggioso solo l’estrazione di minerale con percentuale di uranio superiore al 2%). Simili ragionamenti si possono fare con carbone, petrolio e gas, fino a coinvolgere la fantascientifica idea dello sfruttamento delle riserve di metano idrato suboceaniche (Se però si coinvolgessero queste riserve di idrocarburi per la produzione elettrica e per i trasporti non si farebbe che peggiorare l’emissione di gas serra con conseguenze probabilmente catastrofiche sul clima). L’energia nucleare, invece, non comporta l’emissione di gas serra. Inoltre si ritiene, con ragionevole certezza, che in futuro sarà possibile sfruttare le scorie già stoccate, con il duplice vantaggio di una risorsa già disponibile e di scorie in meno da trattare. Se poi si vanno a considerare i reattori a ciclo chiuso, su cui sta venendo svolta sperimentazione attualmente, la durata delle riserve di combustibile nucleare aumenta di qualche decina di volte (visto lo sfruttamento “completo” del combustibile da parte di questi reattori).
Torniamo al presente, in Italia.
Sicuramente è d’obbligo potenziare le risorse naturali che abbiamo, come l’idroelettrico, già molto sfruttato, la geotermia, di cui siamo già i secondi in Europa, e l’eolico (ma il nostro non è un paese particolarmente ventoso). Il fotovoltaico invece non sarebbe economicamente sostenibile (mentre rimane energeticamente ininfluente) se non fosse enormemente sostenuto da incentivi statali: un ottimo investimento per chi lo installa, un salasso per le bollette di tutti, e soprattutto con risultati pressoché nulli. Siamo il secondo mercato in Europa e copriamo solo lo 0.2% (cioè pochissimo ma non perché i pannelli siano pochi ma perché poco efficienti e con una bassa densità energetica), regalando incentivi statali a imprese estere che producono pannelli (Germania, Francia, Inghilterra, Cina…). Il fotovoltaico, con la tecnologia attuale, non sarà mai di alcun aiuto all’apporto energetico in Italia nonostante politici e giornalisti affermino spesso il contrario. Diverso è il caso della Germania che investe molto sul fotovoltaico non per una convenienza energetica o per spirito ambientalista, ma per una convenienza economica. Hanno molte imprese che producono pannelli fotovoltaici.
Un ulteriore problema è dovuto al fatto che le fonti rinnovabili, e quelle che generano energia elettrica in particolar modo, sono affette da aleatorietà, bisogna sfruttarle quando ci sono, senza poterne programmare la disponibilità.
L’energia elettrica non è cumulabile, viene prodotta quando serve secondo l’andamento della richiesta istantanea da parte dell’utenza. In particolar modo nei momenti di picco della richiesta (mattina e sera) verrà impiegata praticamente tutta la potenza disponibile mentre nei momenti di minor richiesta le centrali verranno spente.
Una fonte disponibile in modo non programmabile comporta difficoltà nell’inserirla in una rete elettrica che non può regolare il carico, ed è necessario prevedere sistemi convenzionali che possano sopperire in mancanza del contributo delle rinnovabili.
Di certo il nucleare potrebbe essere una delle soluzioni a molti dei problemi elencati. Ha alcuni evidenti vantaggi, costa poco, diminuirebbe la dipendenza dall’estero,è tutto sommato un’ energia pulita e rispettosa dell’ambiente. Le centrali che si costruirebbero sono tecnologicamente molto evolute, hanno un sistema di sicurezza spaventoso, tale da resistere a terremoti e persino all’impatto di un boeing. È innegabile il fatto che in rari casi possa succedere un incidente, in Giappone sono stati superati svariate volte tutti i coefficienti di sicurezza, eppure l’incidente, seppur molto grave, è stato controllato, e se paragonato ai crolli delle dighe (centrali idroelettriche) ha fatto danni molto minori. Si consideri che il terremoto del Giappone ha una magnitudo di incidenza secolare (accade in media ogni secolo), e che non è stato il terremoto a mandare in crisi la centrale (di tecnologia datata) ma lo tsunami.
In sostanza il nucleare potrebbe:
1) diversificare il mix di produzione elettrica diminuendo la vulnerabilità dello stato, 2) ridurre le emissioni di CO2 con un conseguente minor esborso per ‘multe’ dall’Europa e maggior rispetto per l’ambiente, 3) industrie nazionali potrebbero inserirsi nel processo di costruzione di nuove centrali. 4) molto probabilmente avrebbe in prospettiva una produzione di energia elettrica meno costosa, avvicinandosi ai livelli di prezzo europei.
Su quest’ultimo punto si sentono spesso contestazioni poco fondate riguardo l’aumento del costo dell’uranio e l’onerosità dei costi di smantellamento. Va specificato che nel calcolo dei costi al kWh di produzione di energia elettrica si utilizzano dei modelli che tengono conto di tutti i fattori, compreso ovviamente lo smantellamento di una centrale. Sempre da questi modelli si ottiene che il prezzo del combustibile rappresenta l’8% del costo al kWh prodotto da una centrale nucleare, ciò vuol dire che il costo del combustibile ha una bassissima influenza sul costo totale di produzione di energia.
Affrontiamo ora il problema delle scorie.
Bisogna innanzitutto distinguere le scorie di lunga durata e quelle di brave durata.
Riguardo alla quantità non possiamo che citare l’ottimo articolo del professor Marco Ricotti(ordinario di impianti nucleari al Politecnico di Milano e membro dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare)
un francese, che consuma energia elettrica praticamente solo da fonte nucleare, produce ogni anno 3000 kg di rifiuti di ogni tipo, che comprendono 100 kg di rifiuti tossico-nocivi (chimici, metalli pesanti non degradabili, etc.) i quali includono 1 kg di rifiuti nucleari, dei quali solo 0.05 kg sono i rifiuti radioattivi pericolosi a lunga vita (oltre 30 anni). In definitiva, un francese nell’intera sua vita, 70 anni almeno, produce una quantità di rifiuti nucleari pericolosi la cui quantità starebbe in una sfera di vetro sul palmo di una mano. I metri cubi giornalieri di rifiuti che crescono sul ciglio delle strade campane non saranno radioattivi, ma non pongono meno problemi.
Riportando il discorso all’Italia, che avrebbe una percentuale minore di energia nucleare, basterebbe un volume pari a quello di una decina di silos per contenere i rifiuti a breve termine e un solo “deposito Storico” per i rifiuti a lungo termine. Chi sostiene che l’uomo non sia in grado di costruire una struttura stabile, sicura e di dimensione sufficiente in grado di attraversare la storia, dovrebbe chiedere un parere a Cheope, Chefren e Micerino.
Inoltre la percentuale di rifiuti prodotti da una centrale è in continua diminuzione con il miglioramento della tecnologia, e si prevede di poter utilizzare in un futuro i rifiuti come combustibile fissile. È per questo motivo che vengono attualmente tenuti in “piscine” vicino alle centrali.
A titolo informativo: una centrale nucleare da 1000 MWe produce 20 metri cubi l’anno di scorie radioattive. Una centrale a carbone di pari potenza produce 200000 metri cubi di ceneri, contenenti 3000 metri cubi di metalli pesanti, che necessitano di trattamento e interramento in discariche speciali dedicate. Bastano frazioni di grammo di metalli pesanti per provocare un bioaccumulo nel corpo umano e dare pesanti danni cerebrali, osteoporosi, malattie mentali, disfunzioni gravi di fegato e reni.
Per concludere quest’articolo è necessaria una precisazione. Ci siamo accorti, mentre scrivevamo, che l’analisi tecnica può sembrare particolarmente sterile e fredda.
Abbiamo spesso ragionato in termini di convenienza o fattibilità economica. Questo approccio non deriva da una visione cinica o utilitaristica del mondo. È innegabile che il grado di benessere di una nazione si basi sul PIL e che una scelta, magari pseudo-ambientalista ma non fattibile economicamente, si ripercuota sul nostro benessere e in particolar modo sulla fascia di popolazione che già fatica ad arrivare alla fine del mese.
Dunque, dal nostro punto di vista, dopo aver cercato di informarci il più possibile su una questione spinosa e sfaccettata come quella del nucleare, siamo giunti a ritenere questa risorsa sicura, economica, lungimirante e necessaria.
Con profondo rammarico vediamo spessissimo negare, senza motivazioni credibili, questi aspetti.
Riteniamo estremamente scorretto il comportamento di molti media e associazioni che, in una sorte di “caccia alle streghe”, addossano colpe inesistenti al nucleare, plasmando idee sbagliate nella popolazione per mezzo della paura e di dati incompleti o persino inesistenti.
Speriamo di aver chiarito con questo articolo, per quanto breve e sicuramente a sua volta incompleto, alcuni aspetti di questa vicenda. Invitiamo tutti ad informarsi ulteriormente, per conto proprio, con spirito critico.
Se desiderate siamo aperti a qualsiasi confronto, chiarimento e delucidazione.
Un grazie per l’attenzione.
Martina Sidoti
Fabio Furesi
lunedì 4 aprile 2011
Le armi non ammesse nella guerra del latte

Ancora una volta la politica italiana si interessa di cose di che non la dovrebbero riguardare.
Il caso questa volta è la battaglia italo francese per il controllo di Parmalat tra Lactalìs e la fantomatica cordata italiana.
Importanti ministri del governo, e purtroppo anche la Marcegaglia, si sono spesi nei giorni scorsi a difesa del latte italiano. Le imprese italiane, si è detto, non possono più essere sempre prede di quelle straniere.
In linea di principio l’asserzione sarebbe anche giusta. E’ vero che dopo Bulgari, perdere anche l’impresa di Collecchio sarebbe un duro colpo.
La realtà è, però, che le soluzioni proposte dal ministro Tremonti sono assolutamente inadeguate.
Le imprese italiane soffrono, rispetto alle straniere e alle francesi, perché sono meno competitive. Perché meno competitivo è il sistema Italia.
Il ruolo della politica dovrebbe essere difendere i settori strategici dall’avanzata straniera. Dovrebbe farlo però rendendo il sistema paese maggiormente competitivo e non varando norme “ad hoc”.
Il caso Parmalat è ancora una volta emblematico della miopia della politica italiana, incentrata solo e soltanto a difendere gli interessi di banchieri e imprenditori vicini al potere. Interessandosi solo delle contingenze e senza alcuna visione di lungo periodo.
La vicenda Lactalis ci è stata infatti propinata come lo straniero che arriva in Italia, compra Parmalat, e incomincia a fare il latte in Cina. E’ una bufala, e anche grossa.
Come ci ha recentemente insegnato il caso FIAT, la proprietà italiana non garantisce in alcun modo gli investimenti in Italia.
Un management responsabile, con proprietà sia italiana o francese, dovrebbe investire in Italia solo se lo reputa effettivamente vantaggioso per la società.
Inoltre, mi chiedo, può essere considerato “il latte” un settore strategico? Settori strategici sono la difesa, al massimo la comunicazione. In quale altro paese sviluppato la mungitura delle mucche è considerata un attività strategica? Non a caso, infatti, la tanto citata norma francese anti scalate, tutela campi ben diversi. In particolare: la difesa, la ricerca contro la diffusione di agenti patogeni e il gioco d’azzardo. Non parla di produzione di formaggi e budini.
Senza considerare che l’unica ragione, che il governo è stato in grado di dare, per approvare la suddetta norma è stata: l’hanno fatto anche i francesi.
Secondo il governo, la presenza di una norma simile in Francia giustifica di diritto la bontà della norma stessa. Semplicemente assurdo. Nessuno è stato in grado di spiegarci che cosa cambierebbe alla maggior parte dei cittadini se Parmalat diventasse francese. Per ora, grazie alla parcellizzazione della filiera, paghiamo il latte il 20-30% di più dei cuginetti d’Oltralpe. Nient’altro.
Come se non bastasse si autorizza la CdP (cassa depositi e prestiti) ha operare in maniera del tutto discrezionale, ostacolando l’entrata di capitali esteri. Da adesso, oltre alle barriere fiscali, burocratiche e infrastrutturali si erge anche la barriera della strategicità. D’ora in poi, ogni straniero che volesse investire in Italia dovrà preventivamente chiedere il permesso, sperando che il settore a cui è interessato non sia considerato strategico.
Se poi vogliamo analizzare la situazione con oggettività i dati parlano chiaro: l’Italia non è preda né delle imprese francesi, né delle imprese di nessun altro stato. La quota di aziende a controllo estero, infatti, è al 4,1% contro il 10,3% francese e il 12,2% del Regno Unito. Ancora una volta questi dati confermano che l’Italia ha meno capacità di attirare capitali esteri.
Come tante altre volte le questioni serie e realmente importanti per il sistema paese vengono posticipate a data da destinarsi a scapito di interventi assolutamente di parte.
Se si vuole che le imprese italiane performino meglio delle rivali francesi bisognerebbe varare le tanto attese riforme strutturali: scuola superiore (istituti tecnici), università, mercato del lavoro, pensioni e fisco.
Invece, con queste facili scappatoie l’Italia non andrà proprio da nessuna parte.
giovedì 13 gennaio 2011
Perchè a Mirafiori non c'è nulla da protestare
Proprio ieri sono stati pubblicati i risultati di Freedom House in merito alla libertà economica nel mondo.
Non stupisce nessuno che l’Italia sia dietro paesi come l’America, l’Inghilterra la Germania o il Giappone. Quello che stupisce è che non ci ha superato solo l’Asia (Hong Kong), o l’Est Europa (Romania) ma perfino l’Africa (Namibia, Sud Africa, Rwanda).
L’Italia è 87° su 175 considerati. Nel 2000 eravamo al 28° posto.
Prendendo con il beneficio del dubbio questo tipo di classifiche, spesso infatti è difficile dare un valore numerico ai criteri presi in esame, e in molti nei paesi che ci precedono la libertà economica è sancita a scapito altri diritti umani, la posizione dell’Italia rimane comunque drammaticamente oscena.
Oscena perché, per quanto non ci piacciano queste classifiche, ci danno un’idea di quello che si pensa del nostro paese nel mondo. Con questa posizione l’Italia attrae meno capitali di tutti i paesi che la precedono.
Detto questo i fatti di Mirafiori:
Fiat ha intenzione di investire oltre un miliardo di euro nell’impianto torinese.
Può farlo e vuole farlo solo se questo investimento sarà adeguatamente compensato nei prossimi anni.
Ricordo che l’Italia ha la peggiore produttività industriale di tutto il mondo occidentale, cioè ha il più basso rapporto tra valore del prodotto e operai impiegati in fabbrica. Un operaio italiano, per qualche ragione, produce, nello stesso tempo, meno che qualsiasi altro operaio europeo (Romania compresa).
La Fiat vuole aumentare la produttività media dell’impianto di Mirafiori. Lo vuol fare con il nuovo accordo che Cisl, Uil e tutte le altre sigle sindacali, tranne la FIOM, hanno sottoscritto.
In pratica l’accordo prevede:
1) Orario di lavoro
Confermate le 40 ore di lavoro settimanali, si partirà con 10 turni lavorativi; con l’effettivo raggiungimento degli obiettivi produttivi, previa comunicazione ai rappresentanti sindacali dei lavoratori, si passerà poi a 15 turni o, in caso di ulteriore incremento produttivo, ad un massimo di 17 turni (schema di 18 turni settimanali teorici). Per effetto delle maggiorazioni di turno in vigore in Fiat, la busta paga incrementerà di almeno 4 mila € lordi su base annua.
2) Lavoro straordinario
Sono concordate 120 ore di straordinario annuali, che saranno comunicate con almeno 4 giorni d’anticipo; in occasione dello stesso, i lavoratori, nel limite del 20% della forza, potranno addurre esigenze personali per esimersi dalla prestazione. Lo straordinario sarà utilizzato, in particolare, anche per far fronte alle salite produttive, prima di elevare in modo strutturale il regime dei turni.
3) Pause e mensa
Durante il turno si usufruiranno tre pause di 10 minuti ciascuna, con una “compensazione monetaria” di 32,50 euro. La pausa per la mensa resta collocata all’interno del turno; in caso di passaggio a 15 o 17 turni ci sarà una verifica sulla possibilità di spostarla a fine turno, previo accordo sindacale.
4) Organizzazione del lavoro.
Viene prevista una procedura di gestione dei reclami e delle controversie individuali riguardanti l’applicazione della tempistica sulle linee, con il coinvolgimento dei rappresentanti sindacali dei lavoratori.
5) Assenteismo
Il regime della malattia non muterà se il tasso di assenteismo, oggi ben al di sopra, tornerà a livelli compatibili con la media nazionale (3,5%): una apposita commissione monitorerà il suo andamento dopo il primo semestre di partenza dell’attività produttiva della nuova società in joint venture fra Fiat e Chrysler e attuerà eventuali azioni di sensibilizzazione per la risoluzione del problema; dopo ulteriori 6 mesi si svolgerà un ultimo esame. Qualora il tasso di assenteismo per malattia dovesse comunque restare al di sopra del 3,5%, verrà applicata per 12 mesi (dopo i quali verrà rinnovata la verifica), la seguente regolamentazione: in caso di malattie brevi (di durata non superiore a 5 giorni), che precedono o seguono festività, ferie o riposo settimanale, ripetute oltre due volte nell’arco dell’anno, dal terzo episodio analogo non verrà riconosciuto il trattamento economico a carico dell’azienda per due giorni. In ogni caso, restano escluse le assenze seppur brevi causate da infortunio, da ricovero e da patologie gravi che comportano assenze ripetute (ad esempio dialisi o malattie cardiovascolari). Inoltre alla Commissione è demandato il compito di definire casi cui tale regolamentazione non si applica, nonché di verificare il rientro nel tasso di assenteismo fisiologico. Viene, infine, ribadito che, in caso di malattie lunghe, il trattamento economico previsto dal Ccnl dei Metalmeccanici, viene aumentato dal 50% all’80%.
6) Clausola di responsabilità per le organizzazioni
L’intesa vincola le parti al rispetto di tutti i punti. E’ implicito l’impegno, da parte delle singole Organizzazioni sottoscriventi, di non proclamare lo sciopero contro l’accordo sottoscritto o in modo tale da vanificarlo nella pratica. In caso d’inosservanza dell’accordo aziendale, si attiva la verifica preventiva nella Commissione nazionale paritetica di conciliazione, che valuta eventuali provvedimenti a carico delle sole Organizzazioni Sindacali dichiaranti lo sciopero, in materia di contributi sindacali, permessi per direttivi e permessi aggiuntivi per rappresentanti sindacali. Non è quindi in alcun modo in discussione il diritto di sciopero del singolo lavoratore, che è tutelato dalla Costituzione. I singoli lavoratori sono tenuti al rispetto delle disposizioni di lavoro e contrattuali, per cui l’eventuale inosservanza è ricondotta al CCNL per quanto concerne le contestazioni disciplinari, così come avviene normalmente in tutti i luoghi di lavoro.
La Fiat non chiede, dunque, nient’altro che governabilità, chiede chiarezza e responsabilità ai propri operai.
Ciò di cui si accusa la Fiat è di ricattare i lavoratori, “o così o ce ne andiamo”. Ma perché dovrebbero essere i lavoratori a ricattare l’azienda? “O così o non lavoriamo?”.
Forse per la prima volta in tutta la sua storia la Fiat non sta salvando un impianto chiedendo contributi e soldi al governo, per la prima volta la Fiat non si sta salvando usando i nostri soldi.
Il punto che la FIOM-CGIL non riesce proprio a digerire è l’impossibilità di dichiarare uno sciopero per le sigle che non firmeranno l’accordo. Non si capisce però perché in altre situazioni (vedi contratti di scuola e trasporti) invece abbiano sottoscritto contratti simili, forse perché in quei settori volevano limitare la forza di altre sigle sindacali più forti e autoritarie di loro, come i Cobas?
La campagna della FIOM è solo e soltanto ideologica, il settore dell’auto è un settore maturo, in tutto il mondo è in difficoltà, La Fiat solo sei anni fa stava per chiudere i battenti, oggi vuole investire un miliardo di euro e gli si chiude la porta in faccia?
La campagna della FIOM inoltre è solo e soltanto ideologica perché in Germania, ancor prima della crisi, agli operai tedeschi veniva chiesto di lavorare di più con gli stessi salari, per salvare le fabbriche ed evitare la delocalizzazione.
La FIOM sa benissimo che il futuro della FIAT è Mirafiori e che il futuro di Mirafiori è FIAT, sanno benissimo che al referendum vincerà il sì e che questo accordo entrerà in vigore. Tutte queste proteste servono solo a farsi pubblicità e a mostrare che loro sono i veri duri del sindacato.
Come ho sempre ritenuto, e continuo a ritenere, le battaglie ideologiche non portano a nulla e sono troppo semplici. E’ un preciso dovere morale di ognuno di noi ridefinirsi ogni giorno, chiedersi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sulla base dei nostri valori, ma nella concretezza degli eventi.
E visti gli "eventi", cioè la presente situazione economica globale e italiana (vedi classifica di freedom house di incipit di post) è chiaro che l'accordo di Mirafiori è un buon accordo.
E’ troppo facile dire sono capitalista e quindi sono con Fiat, sono comunista e sono con i lavoratori.
Io non sto con Marchionne perché sono capitalista, io sto con Fiat perché mi sono informato, ho riflettuto e ho scelto di stare con Marchionne.
E voi con chi state? E soprattutto, perché?
Non stupisce nessuno che l’Italia sia dietro paesi come l’America, l’Inghilterra la Germania o il Giappone. Quello che stupisce è che non ci ha superato solo l’Asia (Hong Kong), o l’Est Europa (Romania) ma perfino l’Africa (Namibia, Sud Africa, Rwanda).
L’Italia è 87° su 175 considerati. Nel 2000 eravamo al 28° posto.
Prendendo con il beneficio del dubbio questo tipo di classifiche, spesso infatti è difficile dare un valore numerico ai criteri presi in esame, e in molti nei paesi che ci precedono la libertà economica è sancita a scapito altri diritti umani, la posizione dell’Italia rimane comunque drammaticamente oscena.
Oscena perché, per quanto non ci piacciano queste classifiche, ci danno un’idea di quello che si pensa del nostro paese nel mondo. Con questa posizione l’Italia attrae meno capitali di tutti i paesi che la precedono.
Detto questo i fatti di Mirafiori:
Fiat ha intenzione di investire oltre un miliardo di euro nell’impianto torinese.
Può farlo e vuole farlo solo se questo investimento sarà adeguatamente compensato nei prossimi anni.
Ricordo che l’Italia ha la peggiore produttività industriale di tutto il mondo occidentale, cioè ha il più basso rapporto tra valore del prodotto e operai impiegati in fabbrica. Un operaio italiano, per qualche ragione, produce, nello stesso tempo, meno che qualsiasi altro operaio europeo (Romania compresa).
La Fiat vuole aumentare la produttività media dell’impianto di Mirafiori. Lo vuol fare con il nuovo accordo che Cisl, Uil e tutte le altre sigle sindacali, tranne la FIOM, hanno sottoscritto.
In pratica l’accordo prevede:
1) Orario di lavoro
Confermate le 40 ore di lavoro settimanali, si partirà con 10 turni lavorativi; con l’effettivo raggiungimento degli obiettivi produttivi, previa comunicazione ai rappresentanti sindacali dei lavoratori, si passerà poi a 15 turni o, in caso di ulteriore incremento produttivo, ad un massimo di 17 turni (schema di 18 turni settimanali teorici). Per effetto delle maggiorazioni di turno in vigore in Fiat, la busta paga incrementerà di almeno 4 mila € lordi su base annua.
2) Lavoro straordinario
Sono concordate 120 ore di straordinario annuali, che saranno comunicate con almeno 4 giorni d’anticipo; in occasione dello stesso, i lavoratori, nel limite del 20% della forza, potranno addurre esigenze personali per esimersi dalla prestazione. Lo straordinario sarà utilizzato, in particolare, anche per far fronte alle salite produttive, prima di elevare in modo strutturale il regime dei turni.
3) Pause e mensa
Durante il turno si usufruiranno tre pause di 10 minuti ciascuna, con una “compensazione monetaria” di 32,50 euro. La pausa per la mensa resta collocata all’interno del turno; in caso di passaggio a 15 o 17 turni ci sarà una verifica sulla possibilità di spostarla a fine turno, previo accordo sindacale.
4) Organizzazione del lavoro.
Viene prevista una procedura di gestione dei reclami e delle controversie individuali riguardanti l’applicazione della tempistica sulle linee, con il coinvolgimento dei rappresentanti sindacali dei lavoratori.
5) Assenteismo
Il regime della malattia non muterà se il tasso di assenteismo, oggi ben al di sopra, tornerà a livelli compatibili con la media nazionale (3,5%): una apposita commissione monitorerà il suo andamento dopo il primo semestre di partenza dell’attività produttiva della nuova società in joint venture fra Fiat e Chrysler e attuerà eventuali azioni di sensibilizzazione per la risoluzione del problema; dopo ulteriori 6 mesi si svolgerà un ultimo esame. Qualora il tasso di assenteismo per malattia dovesse comunque restare al di sopra del 3,5%, verrà applicata per 12 mesi (dopo i quali verrà rinnovata la verifica), la seguente regolamentazione: in caso di malattie brevi (di durata non superiore a 5 giorni), che precedono o seguono festività, ferie o riposo settimanale, ripetute oltre due volte nell’arco dell’anno, dal terzo episodio analogo non verrà riconosciuto il trattamento economico a carico dell’azienda per due giorni. In ogni caso, restano escluse le assenze seppur brevi causate da infortunio, da ricovero e da patologie gravi che comportano assenze ripetute (ad esempio dialisi o malattie cardiovascolari). Inoltre alla Commissione è demandato il compito di definire casi cui tale regolamentazione non si applica, nonché di verificare il rientro nel tasso di assenteismo fisiologico. Viene, infine, ribadito che, in caso di malattie lunghe, il trattamento economico previsto dal Ccnl dei Metalmeccanici, viene aumentato dal 50% all’80%.
6) Clausola di responsabilità per le organizzazioni
L’intesa vincola le parti al rispetto di tutti i punti. E’ implicito l’impegno, da parte delle singole Organizzazioni sottoscriventi, di non proclamare lo sciopero contro l’accordo sottoscritto o in modo tale da vanificarlo nella pratica. In caso d’inosservanza dell’accordo aziendale, si attiva la verifica preventiva nella Commissione nazionale paritetica di conciliazione, che valuta eventuali provvedimenti a carico delle sole Organizzazioni Sindacali dichiaranti lo sciopero, in materia di contributi sindacali, permessi per direttivi e permessi aggiuntivi per rappresentanti sindacali. Non è quindi in alcun modo in discussione il diritto di sciopero del singolo lavoratore, che è tutelato dalla Costituzione. I singoli lavoratori sono tenuti al rispetto delle disposizioni di lavoro e contrattuali, per cui l’eventuale inosservanza è ricondotta al CCNL per quanto concerne le contestazioni disciplinari, così come avviene normalmente in tutti i luoghi di lavoro.
La Fiat non chiede, dunque, nient’altro che governabilità, chiede chiarezza e responsabilità ai propri operai.
Ciò di cui si accusa la Fiat è di ricattare i lavoratori, “o così o ce ne andiamo”. Ma perché dovrebbero essere i lavoratori a ricattare l’azienda? “O così o non lavoriamo?”.
Forse per la prima volta in tutta la sua storia la Fiat non sta salvando un impianto chiedendo contributi e soldi al governo, per la prima volta la Fiat non si sta salvando usando i nostri soldi.
Il punto che la FIOM-CGIL non riesce proprio a digerire è l’impossibilità di dichiarare uno sciopero per le sigle che non firmeranno l’accordo. Non si capisce però perché in altre situazioni (vedi contratti di scuola e trasporti) invece abbiano sottoscritto contratti simili, forse perché in quei settori volevano limitare la forza di altre sigle sindacali più forti e autoritarie di loro, come i Cobas?
La campagna della FIOM è solo e soltanto ideologica, il settore dell’auto è un settore maturo, in tutto il mondo è in difficoltà, La Fiat solo sei anni fa stava per chiudere i battenti, oggi vuole investire un miliardo di euro e gli si chiude la porta in faccia?
La campagna della FIOM inoltre è solo e soltanto ideologica perché in Germania, ancor prima della crisi, agli operai tedeschi veniva chiesto di lavorare di più con gli stessi salari, per salvare le fabbriche ed evitare la delocalizzazione.
La FIOM sa benissimo che il futuro della FIAT è Mirafiori e che il futuro di Mirafiori è FIAT, sanno benissimo che al referendum vincerà il sì e che questo accordo entrerà in vigore. Tutte queste proteste servono solo a farsi pubblicità e a mostrare che loro sono i veri duri del sindacato.
Come ho sempre ritenuto, e continuo a ritenere, le battaglie ideologiche non portano a nulla e sono troppo semplici. E’ un preciso dovere morale di ognuno di noi ridefinirsi ogni giorno, chiedersi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sulla base dei nostri valori, ma nella concretezza degli eventi.
E visti gli "eventi", cioè la presente situazione economica globale e italiana (vedi classifica di freedom house di incipit di post) è chiaro che l'accordo di Mirafiori è un buon accordo.
E’ troppo facile dire sono capitalista e quindi sono con Fiat, sono comunista e sono con i lavoratori.
Io non sto con Marchionne perché sono capitalista, io sto con Fiat perché mi sono informato, ho riflettuto e ho scelto di stare con Marchionne.
E voi con chi state? E soprattutto, perché?
sabato 1 maggio 2010
E' arrivato l'inverno per le cicale greche
Proprio quando la crisi sembra definitivamente superata, quando la temuta recessione mondiale finalmente alle spalle, ecco che la crisi colpisce di colpo di coda, come la più classica delle perturbazioni atmosferiche.
C’è da dire che speculatori senza scrupoli e avidi manager di banche sull’orlo del fallimento c’entrano poco questa volta c’entrano poco.
Per la Grecia infatti la crisi finanziaria mondiale è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso già pieno di troppa acqua.
Quest’acqua si chiama debito pubblico, il vaso si chiama PIL e le gocce si chiamano deficit.
Ogni paese ha il suo vaso e la sua acqua, in teoria acqua e vaso dovrebbero essere proporzionati, nella realtà dei fatti non è sempre così.
Il debito pubblico infatti non è sempre e per forza una male.
Il debito pubblico non è altro che il debito che un paese vanta nei confronti di chi sottoscrive titoli pubblici. In pratica ognuno di noi può acquistare un titolo pubblico e in questo modo “prestare” soldi allo stato.
Chiedere soldi in prestito non è sempre un male, se chiedeste infatti a vostro padre di indebitarsi per pagarvi una prestigiosa università (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale) o per pagarvi una prestigiosa festa di compleanno le risposte che ricevereste potrebbero essere ben diverse.
Non è importante quanto ci si indebita, (fino ad un certo punto!) l’importante è cosa ci si fa con i soldi che si chiede in prestito e sopratutto riuscire a ripagare il debito.
In questi mesi la Grecia rischia di non riuscire a ripagare il suo.
In realtà quando i paesi si trovano in situazioni simili ne escono lasciando svalutare la propria moneta. E’ vero che i valore della moneta si abbassa, che i soldi diventano cartastraccia ma anche il valore del debito si riduce talmente tanto da diventare irrisorio.
La Grecia però non può farlo. Per far si che ciò accada è necessario stampare moneta cosa che la Grecia, come ogni altro stato dell’UE non può più fare. L’unica entità che stampa moneta in UE è la BCE.
Naturalmente questa misura è assolutamente drastica, qualunque governo con un minimo di buon senso fa di tutto per evitarla, essa infatti genera una inflazione stratosferica con conseguenti tensioni sociali e drammi economici.
La BCE non ha alcuna intenzione di creare inflazione per salvare la Grecia.
E Allora?
E allora le alternative sono due:
1) Far uscire dall’euro la Grecia, farla tornare alla dracma e lasciare che essa si svaluti
2) Prestare altri soldi alla Grecia per permetterle di onorare il suo debito
La prima ipotesi per quanto paventata e per quanto usata come spauracchio è assolutamente teorica. Una cosa del genere creerebbe nella migliore delle ipotesi un panico assolutamente incontrollato nei mercati. Nessuno in Europa crede quindi davvero a questa ipotesi.
La seconda alternativa è invece quella che si sta percorrendo.
Né l’UE né il FMI prestano però i propri soldi senza garanzie.
Quello che chiede la UE è maggior rigore, in pratica tagliare la spesa pubblica (scuola, sanità, pubblica amministrazione, politica, trasporti, etc.).
L’unica condizione alla quale la UE presterà soldi alla Grecia è la promessa che nei prossimi anni essa si comporterà in maniera diversa dal passato, spenderà meno.
La Grecia infatti è entrata nell’UE come il paese più povero, bisognoso di sostegno per raggiungere lo status degli altri membri.
Gli aiuti sono arrivati, copiosi e abbondanti. La Grecia però come la peggiore delle cicale, non destinò i soldi agli investimenti, necessari per l’ammodernamento del paese, ma li sperperò nel consumo.
Dai vertici politici agli umili contadini, tutti mangiarono e bevvero a spese della Comunità Europea.
Nel giro di vent’anni il benessere raggiunse ogni strato della popolazione, si diffuse uno stile di consumo e di vita in tutto simile a quello dell’Europa continentale.
Per sostenere il nuovo status sociale il debito pubblico cresceva e cresceva.
In Grecia la pratica della corruzione è molto comune, consegnare bustarelle al chirurgo, all’infermiere e all’anestesista è pratica assolutamente normale se si è appena subito un intervento.
Come normale è stato per qualsiasi politico greco promettere posti di lavoro in cambio di voti.
Le promesse vennero rispettate ed oggi la Grecia si trova con posti pubblici creati dal nulla. Il numero degli impiegati pubblici ha raggiunto una cifra enorme, con la presenza di in media tre/quattro lavoratori dove ne basterebbe uno solo.
La crisi greca quindi non nasce dal nulla, ma da vent’anni di corruzione e di sperpero del denaro pubblico. E’ quindi assolutamente legittima e motivata l’attenzione da parte dell’UE per la spesa pubblica greca.
In Europa poi esistono idee differenti, Italia, Spagna e Portogallo sono per gli aiuti subito, quasi a qualsiasi condizione, per Spagna e Portogallo infatti il rischio di finire come la Grecia non è concreto ma almeno paventabile, aiutare la Grecia significherebbe creare il precedente per il quale anche gli altri paesi potrebbero chiedere aiuti europei. E’ proprio questo ciò di cui a paura la Germania. La Merkel infatti sa che aiutare la Grecia oggi significa poter dover aiutare qualcun altro domani. Salvare la Grecia oggi significa mandare il messaggio a chi viaggia in cattive acque che può non preoccuparsi, perché tanto al momento debito arriva l’Europa a saldare il conto.
Per Italia la situazione è abbastanza differente.
L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, a fronte di un PIL che non è certo tra i primi tre.
Ciononostante la situazione non è critica. Le principale agenzie di rating mondiale infatti non hanno declassato i titoli di stato italiano che restano assolutamente nell’area alta degli investment grade.
Ciò nasce dal fatto che in un certo senso siamo abituati a questa situazione. Il 31 di marzo infatti Moody’s ha dichiarato che le condizioni italiane non preoccupano in quanto l’Italia può contare su “precedenti storici”. Insomma, siccome l’Italia ha sempre avuto un debito alto è assolutamente in grado di gestirlo.
Per maggiori info:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/moody-s-rating-italia-analisi.shtml
C’è da dire che speculatori senza scrupoli e avidi manager di banche sull’orlo del fallimento c’entrano poco questa volta c’entrano poco.
Per la Grecia infatti la crisi finanziaria mondiale è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso già pieno di troppa acqua.
Quest’acqua si chiama debito pubblico, il vaso si chiama PIL e le gocce si chiamano deficit.
Ogni paese ha il suo vaso e la sua acqua, in teoria acqua e vaso dovrebbero essere proporzionati, nella realtà dei fatti non è sempre così.
Il debito pubblico infatti non è sempre e per forza una male.
Il debito pubblico non è altro che il debito che un paese vanta nei confronti di chi sottoscrive titoli pubblici. In pratica ognuno di noi può acquistare un titolo pubblico e in questo modo “prestare” soldi allo stato.
Chiedere soldi in prestito non è sempre un male, se chiedeste infatti a vostro padre di indebitarsi per pagarvi una prestigiosa università (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale) o per pagarvi una prestigiosa festa di compleanno le risposte che ricevereste potrebbero essere ben diverse.
Non è importante quanto ci si indebita, (fino ad un certo punto!) l’importante è cosa ci si fa con i soldi che si chiede in prestito e sopratutto riuscire a ripagare il debito.
In questi mesi la Grecia rischia di non riuscire a ripagare il suo.
In realtà quando i paesi si trovano in situazioni simili ne escono lasciando svalutare la propria moneta. E’ vero che i valore della moneta si abbassa, che i soldi diventano cartastraccia ma anche il valore del debito si riduce talmente tanto da diventare irrisorio.
La Grecia però non può farlo. Per far si che ciò accada è necessario stampare moneta cosa che la Grecia, come ogni altro stato dell’UE non può più fare. L’unica entità che stampa moneta in UE è la BCE.
Naturalmente questa misura è assolutamente drastica, qualunque governo con un minimo di buon senso fa di tutto per evitarla, essa infatti genera una inflazione stratosferica con conseguenti tensioni sociali e drammi economici.
La BCE non ha alcuna intenzione di creare inflazione per salvare la Grecia.
E Allora?
E allora le alternative sono due:
1) Far uscire dall’euro la Grecia, farla tornare alla dracma e lasciare che essa si svaluti
2) Prestare altri soldi alla Grecia per permetterle di onorare il suo debito
La prima ipotesi per quanto paventata e per quanto usata come spauracchio è assolutamente teorica. Una cosa del genere creerebbe nella migliore delle ipotesi un panico assolutamente incontrollato nei mercati. Nessuno in Europa crede quindi davvero a questa ipotesi.
La seconda alternativa è invece quella che si sta percorrendo.
Né l’UE né il FMI prestano però i propri soldi senza garanzie.
Quello che chiede la UE è maggior rigore, in pratica tagliare la spesa pubblica (scuola, sanità, pubblica amministrazione, politica, trasporti, etc.).
L’unica condizione alla quale la UE presterà soldi alla Grecia è la promessa che nei prossimi anni essa si comporterà in maniera diversa dal passato, spenderà meno.
La Grecia infatti è entrata nell’UE come il paese più povero, bisognoso di sostegno per raggiungere lo status degli altri membri.
Gli aiuti sono arrivati, copiosi e abbondanti. La Grecia però come la peggiore delle cicale, non destinò i soldi agli investimenti, necessari per l’ammodernamento del paese, ma li sperperò nel consumo.
Dai vertici politici agli umili contadini, tutti mangiarono e bevvero a spese della Comunità Europea.
Nel giro di vent’anni il benessere raggiunse ogni strato della popolazione, si diffuse uno stile di consumo e di vita in tutto simile a quello dell’Europa continentale.
Per sostenere il nuovo status sociale il debito pubblico cresceva e cresceva.
In Grecia la pratica della corruzione è molto comune, consegnare bustarelle al chirurgo, all’infermiere e all’anestesista è pratica assolutamente normale se si è appena subito un intervento.
Come normale è stato per qualsiasi politico greco promettere posti di lavoro in cambio di voti.
Le promesse vennero rispettate ed oggi la Grecia si trova con posti pubblici creati dal nulla. Il numero degli impiegati pubblici ha raggiunto una cifra enorme, con la presenza di in media tre/quattro lavoratori dove ne basterebbe uno solo.
La crisi greca quindi non nasce dal nulla, ma da vent’anni di corruzione e di sperpero del denaro pubblico. E’ quindi assolutamente legittima e motivata l’attenzione da parte dell’UE per la spesa pubblica greca.
In Europa poi esistono idee differenti, Italia, Spagna e Portogallo sono per gli aiuti subito, quasi a qualsiasi condizione, per Spagna e Portogallo infatti il rischio di finire come la Grecia non è concreto ma almeno paventabile, aiutare la Grecia significherebbe creare il precedente per il quale anche gli altri paesi potrebbero chiedere aiuti europei. E’ proprio questo ciò di cui a paura la Germania. La Merkel infatti sa che aiutare la Grecia oggi significa poter dover aiutare qualcun altro domani. Salvare la Grecia oggi significa mandare il messaggio a chi viaggia in cattive acque che può non preoccuparsi, perché tanto al momento debito arriva l’Europa a saldare il conto.
Per Italia la situazione è abbastanza differente.
L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, a fronte di un PIL che non è certo tra i primi tre.
Ciononostante la situazione non è critica. Le principale agenzie di rating mondiale infatti non hanno declassato i titoli di stato italiano che restano assolutamente nell’area alta degli investment grade.
Ciò nasce dal fatto che in un certo senso siamo abituati a questa situazione. Il 31 di marzo infatti Moody’s ha dichiarato che le condizioni italiane non preoccupano in quanto l’Italia può contare su “precedenti storici”. Insomma, siccome l’Italia ha sempre avuto un debito alto è assolutamente in grado di gestirlo.
Per maggiori info:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/moody-s-rating-italia-analisi.shtml
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